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Casson: “in questo momento non esistono i requisiti giuridici per la concessione della grazia”

 

Chiunque abbia un minimo di familiarità con le vicende, politiche, giudiziarie e non solo, di Silvio Berlusconi, sa bene che il Cavaliere è solito dare il meglio di sé proprio in estate. Un tempo, quando il suo astro non era stato ancora logorato dagli anni, dalle decine di processi in cui è coinvolto e da una permanenza sulla scena politica oramai ventennale, per conoscere le sue avventure ferragostane bastava rivolgere lo sguardo verso la Sardegna, con l’amata Villa Certosa, il “Billionaire” dell’amico Flavio Briatore e il corteo di ragazze, agenti televisivi, menestrelli e addirittura leader politici internazionali (memorabile la passeggiata del Cavaliere per le vie di Porto Rotondo in compagnia di Tony Blair, con tanto di bandana in testa a causa di un trapianto di capelli) al seguito. Da qualche anno, invece, la parabola umana e istituzionale del Re Mida brianzolo si è fatta più triste, tra l’abbandono di Veronica, l’addio obbligato, pena il default del Paese, a Palazzo Chigi e, soprattutto, la montagna di scandali che hanno finito con l’offuscare anche quel poco di buono che egli ha realizzato nel corso della sua vita, oltre a gettare l’Italia nel discredito e a farla apparire, agli occhi del mondo, una sorta di “Repubblica delle banane” in salsa occidentale. Quest’anno, poi, con la condanna definitiva da parte della Cassazione sul caso Mediaset e l’arrivo a sentenza di altri processi decisivi per le sorti del Cavaliere (in primis la vicenda Ruby, con annessa accusa di favoreggiamento della prostituzione minorile), il suo destino personale si è trasformato nello psicodramma di un’intera Nazione che da due decenni è costretto a fare i conti con i problemi di un uomo che non solo ha clamorosamente fallito la prova di governo ma ha paralizzato, e continua a paralizzare, l’attività istituzionale, anteponendo le proprie questioni giudiziarie e la propria “agibilità politica” (un’espressione sinceramente orribile e da accantonare il prima possibile) ai drammi di una Nazione che, come ha ricordato giustamente il Capo dello Stato nella nota di ieri, ha bisogno di stabilità e certezze, di un governo che governi e duri almeno fino al 2015, sfruttando al meglio l’opportunità della presidenza di turno del semestre europeo nella seconda metà del 2014. Come sempre, per fornire un’informazione completa ai nostri lettori, abbiamo chiesto l’autorevole parere di Felice Casson, membro della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato e personalità molto vicina alle sensibilità di Articolo 21. Siamo partiti, naturalmente, dall’ipotesi di un’eventuale grazia, caldeggiata dagli ambienti più vicini all’ex Premier, che Napolitano dovrebbe concedere a Berlusconi per consentirgli di rimanere sulla scena e guidare la rinascente Forza Italia. A tal proposito, Casson è stato chiarissimo: “In questo momento, non esistono i requisiti giuridici per la concessione della grazia, pur nel rispetto delle competenze del Presidente della Repubblica, e comunque l’eventuale concessione della grazia non risolverebbe i problemi di Berlusconi dal punto di vista istituzionale perché la decadenza e l’ineleggibilità sono esterne ed estranee alla concessione della grazia”. Non meno chiaro era stato ieri sera lo stesso Napolitano, rivolgendosi apertamente al PDL e facendo presente al suo stato maggiore che “toccherà a Silvio Berlusconi e al suo partito decidere circa l’ulteriore svolgimento – nei modi che risulteranno legittimamente possibili – della funzione di guida finora a lui attribuita”, aggiungendo, con estrema fermezza, che “preminente per tutti dovrà essere la considerazione della prospettiva di cui l’Italia ha bisogno. Una prospettiva di serenità e di coesione, per poter affrontare problemi di fondo dello Stato e della società, compresi quelli di riforma della giustizia da tempo all’ordine del giorno”. Ci siamo soffermati, poi, su un altro aspetto cruciale della propaganda pidiellina, ossia la possibilità che Berlusconi vada in carcere, scegliendo il “martirio” per sottolineare plasticamente, agli occhi dell’opinione pubblica, l’ingiustizia e l’accanimento di cui è vittima da quando è sceso in politica. Tralasciando la retorica spicciola e l’occhio sempre fisso sui sondaggi, caratteristiche chiave per comprendere la figura del Cavaliere, Casson è stato altrettanto netto: “Che non vada in carcere è pacifico perché la legge è stata modificata negli ultimi anni e c’è un’indicazione da parte della Procura della Repubblica di Milano in questo senso. Essendoci un residuo di pena di un anno, esso dovrebbe essere scontato o agli arresti domiciliari o con l’affidamento ai servizi sociali. Pertanto, l’ipotesi del carcere è totalmente da escludere”. Infine, c’è l’aspetto più delicato, quello che ci sta maggiormente a cuore e che risponde anche all’auspicio del Quirinale di una sorta di “pacificazione nazionale” (“Tutte le forze politiche dovrebbero concorrere allo sviluppo di una competizione per l’alternanza nella guida del Paese che superi le distorsioni da tempo riconosciute di uno scontro distruttivo, e faciliti quell’ascolto reciproco e quelle possibilità di convergenza che l’interesse generale del Paese richiede”), ossia la posizione del PD in merito alla decadenza di Berlusconi da senatore. Sul punto, come sanno i lettori di Articolo 21, la posizione di Casson è sempre stata decisa: “La posizione del Partito Democratico nella Giunta delle elezioni del Senato è tranquilla e pacifica: voteremo a favore della decadenza di Berlusconi”. E il governo? Quanto è elevato il rischio che un eventuale voto favorevole da parte del PD induca Berlusconi a dismettere i panni dello statista e indossare quelli del Caimano per tentare un’ultima, disperata avventura politica ai limiti dell’eversione costituzionale? “La posizione del governo – chiarisce Casson – è autonoma: se il PDL volesse mettere a rischio la stabilità dell’esecutivo, se ne assumerebbe la responsabilità in una fase così delicata dal punto di vista economico e politico. Tutto questo, comunque, non ha nulla a che vedere con la legalità e la corretta applicazione delle sentenze”. Tutto chiaro, dunque, ai limiti della banalità, in quest’estate che, per forza di cose, dovrà proiettare l’Italia oltre la vicenda berlusconiana, pena la catastrofe definitiva, il tracollo delle istituzioni e la dissoluzione di quelle prospettive di crescita e ripresa economica faticosamente agganciate al prezzo di sacrifici che difficilmente i cittadini italiani potranno dimenticare.

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