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Un papa Francesco per il Pd. Il caffè del 3 luglio

 

Eppur si muove! Proprio lei, la Politica italiana che, per non cambiare, aveva costretto Napolitano a un secondo mandato e cercato di congelarsi con le larghe intese, comincia, lentamente e sotto traccia, a dar segni di vita. “Ripresa, sfida fra ministri”, dice La Stampa. I ministri sono Saccomanni, che vede la ripresa (in Aprile 8 settori industriali su 13 hanno mostrato un andamento positivo sul mese precedente), e Zanonato e Giovannini, che sottolineano i disastri sociali della recessione e sostengono che stiamo curando un malato grave, con l’aspirina. Finalmente si parlano, dunque, nella torre eburnea del governo di necessità. E interviene Confindustria. Squinzi spiega di vedere solo un lumicino in forno al tunnel. IlSole24Ore indica il bicchiere mezzo vuoto: “Investimenti esteri, Italia ai margini”. Già! Anche perché l’Europa continua a non avere una politica. Proprio il Sole ricorda come Angela Merkel abbia bloccato un progetto per incentivare la produzione di auto verdi (che sarebbero state comprate da automobilisti tedeschi, gli unici a poter pagare il sovrapprezzo) perché il provvedimento non rispondeva ai desiderata dell’industria nazionale. Ma Bernabé (Telecom) si consola sul Sole, con un’altra Merkel, quella che si spende (vedi La Stampa) per una più forte flessibilità (e precarietà) del lavoro giovanile.

Eppur si muove. Il Giornale titola “False intese”. Ma che succede, non ci votano “la pitonessa” vice presidente della Camera? Sallusti schiuma di rabbia. Nel momento del dolore, lo sorregge l’amico Torquemada (Travaglio) il quale scrive: se si alleano con Berlusconi (quegli infingardi del Pd) non si capisce perché non votino Santanché presidente. Che volete, il Fatto è fatto così, in testa ha uno schema solo: Grillo contro Berlusconi. Imbarazzante la performance, ieri sera, di uno dei loro (chiamato direttore) a Ballarò. Con la Serracchiani che lo guardava e si chiedeva: questo c’è o ci fa. Il Fatto titola: “Due ministri, Italia al crac. Grillo, ora parli Napolitano”. Meno male che Grillo c’è! Per la verità Grillo aveva sfidato il Presidente a sciogliere le Camere. Così, a freddo. Preoccupato che l’odiato governo Letta possa cadere e i suoi ragazzi e le sue ragazze, quelle e quelli che non avrà già espulso, siano di nuovo tentati dalla “mescolanza” con Sel e (orrore!) con il Pdmenoelle.

“Le lobby frenano le riforme”, Corriere della Sera. Il guardasigilli Cancellieri se la prende con gli avvocati, con gli avvocati deputati e attivisti del Cavaliere. E Berlusconi? Un vecchio grammofono di nome Silvio ormai senza voce. Giannelli lo disegna e gli piazza davanti un cagnolino: “Strano! È improvvisamente diventato muto”. Parla, invece, il ministro Quagliarello e dice che il Senato può mettere in calendario la riforma della “legge porcata” senza aspettare il Comitato per le Riforme Costituzionali, il quale prima dovrebbe decidere sulla forma del Governo e poi, solo se strettamente indispensabile, proporre una legge elettorale coerente. Dunque si faccia la nuova legge. Si ridia all’elettore il potere di scelta. Si eliminino i premi di maggioranza spropositati e che non servono (lo si è visto) a rendere il paese più governabile. Il Pd, che pochi giorni fa sconfessò la mozione Giachetti (per abolire il porcellum), ora si spende per far presto e bene una nuova legge. Ho scritto una lettera aperta ad Anna Finocchiaro, presidente della Commissione competente del Senato e alla capogruppo Pd, Doris Lo Moro. Se volete, potete leggerla in questo blog.

Eppur si muove. Ieri Matteo Renzi è tornato, dopo parecchio tempo, a scrivere in rete. “Renzi: tiro al piccione contro di me”, è il titolo odierno di Repubblica. Il sindaco ha ragione. Le vecchie correnti (componenti di un partito impersonale che somigliano a cordate personali, le ha ben definite, ieri, il senatore Pd Corsini) danno l’impressione di volerlo irretire, appesantire, sfiancare senza però affrontarlo a viso aperto. Ma ha torto, Renzi, a non capire che è sua la contraddizione. Matteo ha bisogno che i tempi del congresso e delle elezioni politiche siano noti e brevi: un rapido passaggio da segretario del Pd, poi la marcia trionfale verso il voto “per cambiare il Paese”. Ha questo in testa. Purtroppo non è così che andranno le cose. Il governo pende come la Torre della sua città, ma molti italiani continuano a pensare che abbia un suo perché. Il Pd, prima che di vincere le elezioni deve dire e dirsi quale sia il ruolo che intende svolgere, cosa voglia, nella crisi, la sinistra, come possa uscire il partito da vent’anni di navigazione subalterna al neo liberismo. E ai diktat di Berlusconi. Dunque, Matteo, o ti candidi a segretario e ti occupi del partito (con i rischi connessi), in attesa della sfida con Letta per la candidatura. O resti a litigare con il Cardinal Betori e ad affittare Ponte Vecchio, in attesa delle primarie di coalizione, quando te la vedrai con Letta.

Ieri Gianni Cuperlo ha passato il Rubicone. Ha detto perché si candida. Semplice. Perché la crisi del 2008 postula un’uscita dal neo liberismo che ha distribuito “profitti enormi”, ha “dilatato” i consumi, ha contagiato l’ossessione per la sicurezza (“alla fine degli anni 70, mezzo milione di detenuti negli Stati Uniti, oggi 2 milioni). Come rispondere? Innanzitutto – ha detto Cuperlo – dovremo “condividere un sentimento con quelli che vogliamo rappresentare”. Tornare fra le persone in carne e ossa, tra i bisogni e le sofferenze. Non più chiusi nel “palazzo” né arroccati nel nome di una politica che a ben vedere – dice Gianni – “è stata fragile, incapace di dare risposte”. Poi  il candidato snocciola alcune parole, secondo lo stile che Mazzetti ha scelto per la nota trasmissione Fazio-Saviano. “Uguaglianza”: rovesciare il piatto di un sistema che ha preteso di presentare come morale l’enorme crescita delle ingiustizie sociali. “Dignità”: del lavoro, dei migranti (ius soli), affermazione a gran voce dei diritti civili, di tutti i diritti. Infine: “Democrazia e politica”, un partito tra i cittadini e per i cittadini. No all’illusione che riformare la Costituzione ci ridia un governo che governi. Senza quel sentimento di condivisione, senza l’analisi spietata della nostra subalternità, senza la prospettiva di una battaglia politica e sociale non si governa la complessità.

Non c’è che dire: un buon inizio. Molto di sinistra. Ma guardavo la sala piena della Camera che ascoltava in silenzio Cuperlo e mi assaliva un dubbio. Non è che lo apprezzeranno per l’eleganza del discorso, per la forza del sogno, ma decisi a continuare come prima? Uno strano senatore del Pd, che si vuole tanto realista da apparire spesso di destra, mi ha chiesto: “È il nostro Papa Francesco?”. Può darsi, ma a Bergoglio la chiesa ha consegnato le chiavi del Vaticano.

da corradinomineo.it

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