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Tutto il potere a un ciarlatano carismatico?

 

di Felice Mill Colorni

Chi riesce a dettare l’agenda politica è già a metà dell’opera. Improvvisamente, sui media, sembra che la questione principale di cui occuparsi non sia più tanto la crisi economica quanto lo stravolgimento di una Costituzione che non permetterebbe al governo di operare in modo efficace. E così, invece di dedicarsi alla cancellazione di una legge elettorale da tutti deprecata, almeno a parole, si preferisce discutere di semipresidenzialismo alla francese come unico antidoto «decisionistico» all’immobilismo cronico del paese.

Nel mondo della politica, e forse anche in quello delle idee, fissare l’ordine del giorno è spesso l’operazione decisiva. Decidere che si discuterà e ci si dividerà, per esempio, sulla validità del testamento biologico è molto diverso dal decidere di occuparsi di un presunto, e magari statisticamente introvabile, aumento della criminalità. Chi poi vinca e chi perda in Parlamento, quali leggi vengano approvate o respinte, per gli interessi degli attori politici è spesso perfino secondario, rispetto alla definizione, come si dice, dell’«agenda politica». Se si discuterà di testamento biologico, si metteranno in discussione convincimenti tradizionali radicati per inerzia e di cui si sono spesso perse le antiche ragioni: è presumibile che ne trarranno comunque vantaggio i laici progressisti. Se si discuterà di un presunto e terribile aumento degli omicidi e delle rapine, è difficile che non ne traggano vantaggio gli imprenditori della paura.

Pochi oserebbero mettere in discussione che l’emergenza che l’Italia deve oggi affrontare è di carattere economico. Eppure, a leggere le cronache della nostra politica, si direbbe che il problema sia la presunta impossibilità di assumere decisioni efficaci causata dal carattere parlamentare, liberale e rappresentativo della Costituzione italiana. Questa sarebbe la palla al piede di un paese ritenuto ormai al riparo da qualunque pericolo autoritario come quelli da cui usciva, o che lo minacciavano, nel 1948. Sbarazzarsi della democrazia liberale per sostituirla con qualche forma di democrazia plebiscitaria sarebbe quindi il vero tocco magico grazie al quale l’Italia potrebbe tornare a essere efficacemente governata. È così che, anziché occuparsi di riforme economiche, o di procedere celermente a rottamare una legge elettorale pubblicamente definita «porcata» dal suo stesso autore, la strana maggioranza ha deciso che sarà sua priorità sbarazzarsi dell’ordinamento costituzionale vigente – non, magari, apportarvi qualche miglioramento suggerito dall’esperienza – per sostituirlo con uno nuovo di zecca.

Siamo i soli a pensare, nell’Europa occidentale, che la democrazia liberale e costituzionale in quanto tale sia incompatibile con decisioni efficaci e tempestive. Il solo paese dell’Europa occidentale che abbia un sistema politico paragonabile a quello che sembrano avere in testa i nostri nuovi aspiranti «padri costituenti» è la Francia. La sua esperienza suggerisce che tale modello, se paragonato alle altre democrazie del continente, porta a una considerevole attenuazione della divisione dei poteri, e con essa delle garanzie costituzionali, quando maggioranza presidenziale e maggioranza parlamentare coincidono, e al costante pericolo di paralisi quando esse non coincidono.

Tant’è, ci sono idee-forza che, martellate per anni e decenni, diventano senso comune e alla fine sembra non possano essere più revocate in dubbio con argomenti razionali, talvolta neppure agli occhi di alcuni fra i migliori rappresentanti della nazione.

A confutare la tesi secondo cui l’attuale ordinamento costituzionale non consente di assumere decisioni tempestive, basterebbe l’elenco delle «leggi-vergogna» approvate nei trascorsi anni di fango per sottrarre B alla giustizia penale o per elargirgli favori e regalie. Non una di quelle leggi ha mancato l’obiettivo, non una è arrivata con un minuto di ritardo tale da renderla inutile per il pronto utilizzo: fino al punto di abrogare il delitto di cui B era imputato in uno dei suoi processi a pochi giorni dalla sentenza del tribunale (che fu: «assolto perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato». Non più: da tre giorni). Tanta teutonica efficienza nell’approvare leggi che in qualunque altro paese civile avrebbero distrutto la reputazione di ciascuno dei legislatori che le avessero votate dimostra che il problema dell’inefficienza e della farraginosità delle procedure è solo un problema di volontà politica. E se si ribatte che le maggioranze sono instabili, ciò dipende dalla legge elettorale porcata, non dalla Costituzione.

Personalmente non trovo che quella italiana sia necessariamente «la più bella del mondo» (forse letterariamente, ma confesso di non conoscerle tutte). Farei volentieri polpette, anche nella prima parte, dell’articolo 7; integrerei con clausole antidiscriminatorie oggi non esplicitamente previste l’articolo 3; sopprimerei volentieri quel residuo di corporativismo che è il Cnel; non sarei affatto ostile al monocameralismo, ecc.

Ma se il prezzo per queste modifiche (che peraltro nessuno degli entusiasti riformatori propone) è dare le chiavi in mano ai prossimi ciarlatani carismatici di cui la maggioranza dei nostri concittadini dovesse invaghirsi, se il prezzo è far nominare dalla maggioranza politica otto giudici costituzionali su quindici, abolendo di fatto ogni controllo di costituzionalità delle leggi, allora preferisco tenermi perfino l’articolo 7. Questi ci fanno comprare il biglietto per Parigi, ma ci porteranno a Bogotà.

da Confronti.net

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