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Ineleggibilità, perché sì

 

Comincia oggi la discussione nella competente Giunta del Senato sull’ineleggibilità di Berlusconi. È un nervo scoperto, che si trascina dall’inizio della famosa scesa in campo del 1994. Sel e M5S si esprimeranno per l’applicazione della norma del 1957, che recita che – appunto – non risulta eleggibile chi «in proprio o rappresentando soggetti diversi eserciti concessioni amministrative economicamente rilevanti…». Nel Pd prevale davvero un realismo annidatosi dietro lo schermo del «Berlusconi va sconfitto politicamente e non ricorrendo ad una legislazione ormai vecchia?» E così in Scelta civica? Naturalmente, il Pdl è sulle barricate. E ci mancherebbe. Ma non pare ai parlamentari di buona volontà doveroso «cercare ancora», per citare – ricordandolo con nostalgia – Claudio Napoleoni? Perché mai, se si è sbagliato finora, il peccato deve essere recidivo? Se c’è, l’inferno non basta: serve un soppalco. Il quadro, tra l’altro, è chiarissimo e dubbi non dovrebbero esserci. Quali sono, infatti, le principali tesi di coloro che si sgolano per non applicare le regole? Il 1957 è lontano – si dice – quando la televisione era ai primi passi, in bianco e nero (?!), monopolio pubblico. Simile approccio è francamente risibile, in quanto con tale griglia interpretativa gli omicidi o i furti perpetrati con le odierne tecnologie non sarebbero punibili. Non solo. La sequenza legislativa di questi anni (persino il Testo unico varato dall’ex ministro Gasparri nel 2005, come si ricordò nella prima puntata della rubrica) ha reso più chiari i concetti di controllo e di collegamento, per cui da verificare non è solo il titolare formale della concessione o della licenza – Fedele Confalonieri, per capirci – bensì chi ha il potere di fatto. Del resto, le motivazioni della sentenza di appello sui diritti sportivi hanno sottolineato che Silvio Berlusconi ha sempre mantenuto un ruolo chiave nelle sue aziende. Siamo, qui, nel vivo del conflitto di interessi, che spesso non si appaleserebbe se si guardasse unicamente all’involucro esterno di un apparato. È mai possibile che il ramo del Parlamento cui è demandata la decisione sia al di sotto dell’accertamento già avvenuto da parte della magistratura?
Ha ben argomentato, con straordinaria lucidità, Franco Cordero (La Repubblica del 4 luglio) che il d.P.R. del 1957 va letto in parallelo alla legge 223/1990, quella legge Mammì che legittimò proprio i confini dell’avvenuta conquista dell’etere: gli articoli 12 e 17. Vale a dire che il sistema giuridico nazionale, per quanto fragile e pieno di buchi neri, sul punto della coincidenza di fatto tra divisa formale e proprietà reale è chiaro. Senza equivoci. Qualcuno sostiene che sarebbe preferibile rinviare ad una auspicabile legge sul conflitto di interessi. Siamo seri: la legge colpevolmente non è stata fatta, da anni. Complicare il discorso, per nulla cambiare, assecondando il gattopardismo insito in una certa parte della cultura di massa italiana, è amorale. È doveroso avere il coraggio della verità, uscendo dall’ambivalenza intrapresa dal discorso politico. Se un bidello di una scuola pubblica non è eleggibile…
Del resto, la vicenda berlusconiana è a un tornante decisivo. Non è credibile far finta che la storia italiana non sia bloccata da un grumo inestricabile. Il nodo va sciolto, anche perché una malriposta benevolenza ben poco potrebbe probabilmente nella ormai avanzata parabola giudiziaria del Cavaliere. Chissà, forse se lo augura persino la destra perbene che è sepolta dal peronismo all’italiana di Berlusconi. Forse lo sperano anche i tantissimi bravi professionisti di Mediaset, offuscati dall’egoismo proprietario della casa madre. In ogni caso, le forze democratiche non possono ritrarsi. Questo sì sarebbe un tradimento.

da “Il Manifesto”

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