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L’irresistibile fascino del Male tra arte e realtà

 

La violenza quotidiana in tutte le sue forme riempie il vuoto dell’animo umano, lo ingloba in spire asfissianti come un famelico serpente di morte e appaga la “bestia assopita” che alberga dentro di noi. Il male sta uscendo dai labirinti del sottosuolo, laddove l’aveva sospinto la legge dell’ordine sociale che a tutti prometteva benessere. La crisi economica senza fine, annullando passato e futuro, alimenta il fuoco della disperazione. La cronaca racconta casi di follia individuale e collettiva; la realtà è che il cuore nascosto della società sta esplodendo. Grida alle coscienze assopite l’immagine del corpo livido, tumefatto, devastato senza alcuna pietà del giovane Stefano Cucchi, quasi che la foto possa trascendere la materialità di una morte reale per elevarsi a forma pittorica, come l’Urlo agghiacciante di Munch, e diventare simbolo universale d’ingiustizia e dolore collettivo.

L’illusione che il male fosse ormai una categoria archiviata nel museo del Novecento è sfatata: la verità è che era solo lo sguardo dell’indifferenza a non vedere che crudeltà e crimini continuavano latenti a tessere le loro trame con le ordinarie esistenze; ad assumere forme mostruose che svolazzano sul dormiente ignavo, come nella celebre incisione di Francisco Goya, “Quando il Sonno della Ragione Genera Mostri”.

Grigia profezia che ancora dopo due secoli mantiene inalterata la sua forza critica e spicca come un’icona del pensiero moderno fra i tanti capolavori esposti nella mostra “L’Ange du Bizarre. Le Romantisme Noir de Goya à Max Ernst”, al museo d’Orsay, che sollecita una riflessione sulla rappresentazione del Male lungo i secoli.

Il titolo è mutuato da un racconto del fantastico di Edgar Allan Poe (scrittore “maledetto” e maestro di paradossali architetture della mente) che prolunga le sue ossessioni nella realtà visibile, seminando il dubbio che le inquietudini spettrali uniscono i confini della vita alle invenzioni letterarie. E’ anche il lato oscuro del romanticismo narrativo di Schelley, Walpole, Radcliffe, Goethe, Hoffmann, Barbey d’Aurevillye, Bram Stoker, che si nutre dell’irrazionale e scava negli abissi inesplorati dell’inconscio, prima di Freud, a definire un’epoca e a creare l’atmosfera inquietante in cui si snoda il percorso espositivo raccolto in tre sezioni: Romanticismo, Simbolismo, Surrealismo.

A conquistare il pubblico sono anche le proiezioni di 12 pellicole dagli anni ’20 ai ‘40, che hanno scritto la storia dell’horror, aprendo la strada al “Dark Fantasy” e agli effetti speciali dell’industria dell’evasione e del divertimento odierno. E’ un film espressionista del ‘22, “Nosferatu” di Murnau, ad introdurci nell’itinerario fra le vertigini dell’ignoto e del soprannaturale, dell’orrido, del grottesco, del sublime e del passionale in un crescendo di fascinazione tra sogno e realtà. “Il cinema di Murnau e di Lang, di Bunuel e Hitchcock è pieno di riferimenti”, spiega Fabre, Commissario dell’expo. “Il cinema svolge un ruolo cerniera: fa entrare l’arte romantica nera e la letteratura ermetica dentro la cultura di massa e nell’immaginario collettivo con prolungamento all’oggi”. Fu Mario Praz negli anni ’30 con “La carne, la morte e il diavolo” ad accostare l’aggettivo nero al romanticismo e a definire “una corrente di pensiero non chiusa in un periodo e in uno stile che nasce fra i tormenti rivoluzionari alla fine del ‘700 e si prolunga nel ‘900, non ancora identificabile nella storia dell’arte; ma speriamo che, l’aver riunito per la prima volta delle opere sparse in vari musei, possa rianimare la corrente sotterranea che le anima”.

E’ il soffio soprannaturale di Fussli, il suo erotismo gotico ed enigmatico, l’ambiguità e la teatralità dei suoi inferni a rapirci. “L’incubo” ha le sembianze della bella abbandonata fra i drappeggi, violata dall’orrida bestia raggomitolata sul suo ventre. Desideri bestiali lottano nel dormiveglia contro la soglia delle inibizioni. Il suo universo sadico assume le forme di “Satana che dialoga con Belzebù” e delle “Tre streghe” di shakespeariana memoria che puntano il dito sulla vaghezza delle certezze. Gli sguardi irrituali e dissacranti degli artisti sperimentano fino allo spasimo quei varchi di libertà spalancati dall’Illuminismo, ma la loro Ragione è mediata dall’accettazione delle pulsioni viscerali dell’animo umano, come forze di rotture e di equilibri. Notte e alba, morte e bellezza, si alternano con visioni contrastanti. “Due sorelle ugualmente terribili e feconde” per Victor Hugo. L’inventario della perversione umana si impasta di fango, colore e sangue in Goya, che scava oltre la superficie delle illusioni per descrivere i pregiudizi e gli inganni della Storia. E si materializzano nella potenza pittorica atroce dei suoi “Cannibali” e nell’orrore del “Volo delle streghe”. La perdizione vive degli scontri titanici di Gericault; si occulta dietro ”L’ombra di Margherita” di Delacroix. I paesaggi desolati di Léon Spilliaert e di Edvard Munch stordiscono; gli interni spogli di Edouard Vuillard disorientano, come le fitte foreste pietrificate di Max Ernest, i deliri onirici simbolisti di Gustave Moreau e le fantasmagorie veriste del “Cielo assassino” di René Magritte, che si tinge del rosso sangue degli uccelli.

Si perdono nel fondo dell’ignoto gli sguardi malinconici nei ritratti di Odilon Redon: il suo pennello s’intinge di nero, “il colore del silenzio”, per tratteggiare i soli, le lune e i demoni alati che gettano ombre funeste nella notte. Le dissonanze sarcastiche e stridenti di James Ensor smascherano la cattiva coscienza borghese. Sembra che il tempo all’Orsay si sia azzerato. Il passato si tinge di eterno presente, la nostalgia si fa poesia mentre la barca di Arnold Bocklin si avvia, nella quiete sospesa e irreale dell’orizzonte, verso “L’isola dei morti”, circondata da impenetrabili falesie. Lasciandoci soli con le nostre fragilità.

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