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L'”eccezione culturale”

 

L’ ”eccezione culturale” è un modo gergale per parlare di un argomento cruciale: non equiparare la produzione culturale alle merci scambiate nel mercato. E quanto è importante, visto che altrimenti il villaggio globale diventerebbe –per  evidenti rapporti di forza- un mercato unico ad egemonia statunitense, con gli Usa interpretati non da Altman o Spielberg, bensì dagli innumerevoli  b-movie che inondano sale e televisioni.  Il tema torna di stretta attualità. Lo è stato già in passato sotto vari acronimi (Wto, Acta…). Il prossimo 14 giugno il Parlamento europeo riunito a Strasburgo darà alla Commissione dell’Unione le linee direttrici per il negoziato sul mercato unico tra Europa e Stati Uniti, che approderà nei giorni successivi  sul tavolo dei ministri per il commercio estero dei 27 paesi membri. Il finale non è affatto scontato e benissimo hanno fatto le categorie coinvolte nonché le associazioni del settore a lanciare l’allarme. E’ bene non sottovalutare i rischi di un’inversione di rotta rispetto ad una buona tradizione, che nasce dalla bella direttiva “Tv senza frontiere”, dal protagonismo della Francia di Mitterrand e Lang nei passati anni ottanta, in Italia da una delle migliori leggi del centrosinistra al governo ( legge122 dell’aprile ’98). Erano i cascami dell’epoca del “reaganismo”, che intendeva applicare le logiche del liberismo economico anche ai manufatti della conoscenza, ai prodotti culturali, alla creatività artistica. Guai. La società dei saperi, ora ancor più con l’ingresso prepotente dell’era digitale, appartiene ad una sfera contigua certo, ma autonoma dalle regole di movimento della struttura capitalistica materiale . Se quest’ultima avesse presieduto alle attività culturali dalle origini del macchinismo, non avremmo avuto granché della storia del cinema o del teatro, della musica o di tutte quelle azioni dell’umanità che si staccano dal paradigma seriale del fordismo. Non si sta parlando di un’utopia, bensì di un’altra economia politica, con basi e fisionomia affatto specifiche. La rivista sull’ ”Economia della cultura” ha dedicato alla questione più di un numero. Del resto, sarebbe difficile immaginare un testo senza connetterlo strettamente al suo ambiente di provenienza, alla lingua con cui è scritto o pronunciato, al contesto di consumo cui è volto; al tempo lungo del suo risarcimento finanziario, asimmetrico rispetto ad una merce qualsiasi. Insomma, negare l’ ”eccezione culturale” significa condannare la ricerca della qualità a rinchiudersi in qualche nicchia o ad auto- emarginarsi. E vuol dire cancellare l’innovativa riflessione sui beni comuni, tra i quali alla cultura spetta un posto di testa.

Si avvererebbe la premonizione di Ramonet sull’avvento di un pensiero unico e la globalizzazione si farebbe decisamente autoritaria. E’ un passaggio strategico, perché una strada o un’altra portano a conseguenze opposte. L’Europa, del resto, può trovare proprio qui la sua identità profonda, se è vero che non si vuole ridurre a mero ammaccato spazio economico. Se non si rilanciano la cultura, la ricerca insieme alla scuola e a tutta la filiera cognitiva, il vecchio continente si ritroverà fuori dal ciclo della storia e sarà oscurato dal nuovo mappamondo.

L’esclusione dal trattato del capitolo dei beni culturali deve essere totale, senza furbizie terminologiche o ambiguità semantiche. Si guardi con attenzione il documento in inglese, visto che la Gran Bretagna di Cameron non vuole, e con lei la Polonia, e chissà. Le ambasciate Usa in questi casi sono attivissime. Altrettanto le major d’oltre oceano, il cui lobbismo è piuttosto prepotente.
Ci si attende una posizione nettissima da parte del governo italiano. O le “larghe intese” avranno un’attenzione troppo flebile o qualche ambiguità?

* da “Il Manifesto”

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