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Ciao Franca, musa, stella e “capocomica” del teatro rivoluzionario

 

“Adesso ti passo Dario”. Dolce e carezzevole la voce, era sempre lei che mi rispondeva al telefono, ogni volta che cercavo di intervistare Dario Fo a casa sua per Articolo 21. Voce flebile la sua, quasi a non disturbare il genio che si aggirava tra i libri, quell’eterno giullare nobilitato da un Nobel  mondiale, nonostante che la sua patria continui ancora a tenerlo in secondo piano, come fosse un “figliastro” un po’scapestrato. Franca era la sua ombra, la sua musa, la sua pietra miliare dove ancorarsi durante le traversie, colei che lo riportava al senso della realtà. Anche Franca era pervasa dal genio del teatro,  tutti geni trasmessi dalla sua famiglia di teatranti. Più che parlare, Franca e Dario recitavano a soggetto la loro vita d’amore, ma senza bluffare: erano loro stessi sia nell’amore sia nell’incomprensione. Erano una vera coppia di teatranti e a volte, un tempo, tanto tempo fa, erano teatrali anche le loro “sceneggiate” di gelosia.

Ho conosciuto entrambi agli inizi degli anni Settanta, da giovane universitario che faceva parte del direttivo de La comune, l’associazione politico-culturale messa in piedi dalla compagnia di Dario Fo e Franca Rame, subito dopo l’esperienza di Soccorso Rosso, e che si prometteva di portare in periferia il loro teatro “militante e rivoluzionario”.

Ci riuscirono eccome!

Espulsi dalla RAI dalla censura fanfaniana e bernabeiana, messi all’indice dai teatri “borghesi” di tutt’Italia, divennero la voce alternativa e artistica del Movimento post-Sessantotto. I loro spettacoli erano degli happening: alla fine c’era sempre una sorta di dialogo con il pubblico sui temi più caldi del momento, si raccoglievano fondi per aiutare compagni arrestati o per operai e operaie in lotta per non far chiudere le fabbriche, soldi per gli studenti delle facoltà occupate. Ogni tanto si ospitavano anche artisti poco graditi all’establishment radiotelevisivo: come quando furono rilanciati Dalla e Ron con le canzoni i cui testi erano scritti da quel gran poeta bolognese di Roberto Roversi.

Molti di noi, che siamo passati perLa Comune, siamo rimasti in qualche modo nel mondo dello spettacolo: chi ha scelto di fare il regista, chi l’attore, il musicista, qualcuno il giornalista. E’ stata una scuola di politica aggregante, inclusiva e anche di vita. Chi passava al pomeriggio per le platee deserte, i corridoi dei cinema, o nei retropalchi, veniva coinvolto dalla frenesia creatrice di Dario che preparava i suoi spettacoli con una minuziosa cura da contemplare anche gli eventuali “fuori scena” che sarebbero poi scaturiti dalla platea. “Anche l’improvvisazione va costruita prima”, ci diceva.

Ma da qualche parte del teatro c’era sempre lei,la Francacon i suoi occhiali dalle grosse lenti da miope che si levava solo in palcoscenico. Era lei alla quale Dario si rivolgeva per sentire critiche, avere consigli. Il tutto molto sottotono, senza acredine.

Che strana coppia sembrava al primo acchitto: lui in jeans di velluto, stivaletti di camoscio Clarks, maglione e camicia sciatta, sembrava appena uscito da prove estenuanti (e le erano davvero specie quelle di Mistero Buffo, che lo stremavano ogni sera); lei sempre vestita come una gran signora della borghesia bene meneghina, a volte con un foulard al collo, i capelli sempre in ordine come appena uscita dal parrucchiere. Lui diretto e pronto al dialogo con tutti, lei più discreta e disponibile solo dopo aver conosciuto a fondo le persone. Lei teneva la cassa della compagnia e difendeva fino allo stremo il genio di Dario, si occupava delle “pubbliche relazioni”, i contatti con giornalisti indipendenti, TV e radio di mezzo mondo. Era lei il punto di riferimento deLa Comune: oltre ai problemi politici anche gli affanni degli spettacoli. Grazie alla sua inventivala Tvpubblica svedese registrò integralmente le opere di Dario, da Mistero Buffo alle altre piece. Questa fu in qualche modo una fortuna, perché così la diffusione delle sue opere gli permisero di essere conosciuto dall’Accademia svedese che poi  nel 1997 decise di dedicargli il Nobel per la letteratura.

Franca era bellissima, la sua voce un po’ roca, sensuale (negli anni Cinquanta era ritenuta un’attrice “maggiorata”, cliché al quale si ribellò subito per recitare sempre insieme a quell’allampanato, “pennellone” di Dario!). Signora nella scena e nella vita.

In quegli anni Settanta, a Roma, Dario e Franca potevano recitare solo in alcuni cinema-teatro di periferia, prima al Jolly, dopolavoro ferroviario vicino alla Stazione Tiburtina, poi ancora più lontano in un altro cinema di “terza visione” alla Prenestina. Infine, si realizzò il “sogno rivoluzionario” di avere un cinema-teatro tutto perLa Comuneal Quarticciolo, estrema periferia degradata a pochi passi dal Grande Raccordo Anulare. Lì, per molto tempo si sviluppò l’avventura politica e culturale di questa coppia magnifica. Furono coinvolti gli abitanti della “borgata”, gli artisti e gli intellettuali di sinistra, fu creato un lavoro di ricerca e di riscoperta sulle gesta della Banda del Gobbo del Quarticciolo.

Furono anche gli anni delle tensioni d’amore tra i due, con Dario che voleva sentirsi “più libero” e diventava la preda agognata di tante giovani del Movimento, alcune anche aspiranti attrici teatrali. E Franca a rimuginare, a cercare di comprendere e riportare sui binari della razionalità il Dario “ammaliato”. Si cenava molto tardi e si beveva anche molto vino, allora. Si cantava di tutto, molti canti “rivoluzionari”, ma anche De Andrè e si provavano nuovi testi e nuove sonorità. E qualche volta tra loro due scoppiava qualche litigio. Il figlio Jacopo, grande disegnatore di fumetti e di caricature, soffriva di questa tensione familiare. Inesperti e straniati cercavamo di comprendere e risolvere il tutto in “termini politici”, come andava di moda allora. Pura follia ideologica!

Poi per fortuna la frattura si ricompose e Franca dalla forte tempra riuscì a “riconquistare” il suo Dario e lui a ritrovare la donna della sua vita. Qualche anno dopo arrivò la tragedia dello stupro: le stigmate della violenza sessuale di un manipolo di fascisti, rimasti impuniti, si accanirono sul corpo di Franca. Ne uscì con difficoltà, ma ne uscì con l’amore di chi gli stava vicino e anche grazie alla “rielaborazione” di un monologo teatrale avvincente.

In un’ultima lettera aperta dedicata al suo Dario, Franca si identificò con una stella.

Oggi quella stella è sopra di noi, brilla e sorride con la sua ironia intelligente.

Ciao Franca, noi ti vediamo lassù già impegnata a fare da “capocomica” sul palcoscenico immenso del cielo…

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