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Battiam,battiam le mani. Il caffè di lunedì 20 maggio

 

“Un decreto per giovani e lavoro”, Corriere. ”Un piano per i giovani disoccupati”, Repubblica. Era parecchio tempo che non si vedeva: titoli fotocopia sui due principali giornali! Enrico Letta, dunque, ha deciso di cambiare passo? O, addirittura, ci ha ascoltato, quando, ieri, gli chiedevamo di proporre “una nuova frontiera” per il lavoro e il futuro dei giovani?

In realtà, a leggere bene i giornali, più che una “frontiera” si tratta di paletti spostati solo di qualche metro. Letta vorrebbe introdurre la famosa “staffetta” , un cambio della guardia tra lavoratori ultra sessantenni, che accettino il part time, e giovani con contratti di apprendistato. E vorrebbe correggere uno dei provvedimenti più inutili del governo Monti – Fornero, quello che introduceva un lungo intervallo obbligatorio tra un contratto a termine e il successivo. Per carità, se ne può parlare. Alcuni deputati del Pd hanno fatto i conti e spiegano che con la staffetta si aprirebbero le porte della pubblica amministrazione per 80mila neoassunti. E la riforma Fornero non proteggeva affatto i “precari”. Ma sorprende che una modesta correzione di rotta abbia convinto i due maggiori quotidiani  a spellarsi le mani in un applauso al governo.

Ci deve essere voglia di buone notizie. D’altra parte, si capisce. Non si poteva continuare a scrivere di Enrico Letta come della torre di Pisa che pende ma non cade. O del Pd come di un partito talmente decomposto da apparire immarcescibile.I nostri commentatori devono,poi, aver capito che Berlusconi può tirare la corda ma non spezzarla. Non può far cadere il governo sulla giustizia né sui suoi processi, né sulla partecipazione del Pd a una manifestazione con troppe bandiere rosse. Perché non è affatto certo che dopo questo governo non se ne faccia un altro. O, peggio, che Napolitano non decida di riconsegnare il mandato. Il nostro Presidente è dotato, lo sappiamo, di  un “vivo e vibrante” spirito di servizio. Ma è persona seria e aveva avvertito tutti: accetto di tornare sul Colle più alto -aveva detto-alla condizione che voi, laggiù, procediate di comune intesa. Per amore o per forza. Dunque i sondaggi favorevoli al Cavaliere, difficili per Grillo, severi con il Pd, non valgono un fico secco. Tanto per ora non si vota.

Anche sulla legge elettorale pare che Letta intenda suonare la sveglia. Togliere il premio di maggioranza, o lasciarlo solo per la coalizione che riesca a superare  il 45  per cento dei consensi; poi unificare il sistema premiale per Camera e Senato. Anna Finocchiaro non è d’accordo e spiega, a Repubblica, come sia meglio tornare ai collegi uninominali previsti dalla legge precedente, quella immaginata da Mattarella. Fioroni non è d’accordo con la Finocchiaro, e pretende che il Pd dedichi al tema una riunione della sua  Direzione. Renzi e Veltroni volano alto e sembrano sposare l’idea che fu di D’Alema: facciamo in Italia la riforma costituzionale che De Gaulle impose alla Francia nel 1958. Elezione diretta del Presidente della Repubblica. Elezione dei parlamentari in due turni, nel primo si screma, nel secondo se ne sceglie uno.

Proviamo a orientarci in questa selva oscura. Quello che non si può fare, perché indecente, è lasciare il diritto di nomina dei parlamentari nelle mani del Capo Coalizione o del Capo partito. Dunque la “riforma” Letta Quagliarello dovrebbe almeno venire corretta con la reintroduzione delle preferenze. Si tornerebbe, così, alla situazione del 1953, quando la DC provò (senza riuscirci) a correggere il proporzionale puro con un premio alla coalizione che avesse conseguito il 50 per cento più uno dei consensi. Fu detta “legge truffa”. Molto meno truffa della porcata Calderoli con la quale votiamo ormai dal 2006. Ma è questo che proporrà il Governo? Avendo letto ieri Alfano, mi permetto di dubitarne. Al Cavaliere servono coalizioni larghe e parlamentari addomesticati.

Elezione diretta del Capo dello Stato? Renzi (o Letta) contro Berlusconi e contro Grillo e magari contro Monti? Dopo il ballottaggio ne resta uno e governa. Perché no! Osservo, tuttavia, che il Presidente in Francia è il capo dell’esecutivo, non il custode dell’equilibrio tra i poteri. Insomma, dovremmo prima riscrivere la Costituzione che fissa le autonomie e i rapporti reciproci tra potere giudiziario, legislativo ed esecutivo. Per non consegnare tutto nelle mani di uno solo, vincitore di un plebiscito, come in una qualsiasi repubblica delle banane. Ora, che si possa riscrivere la Carta Fondamentale in questo Parlamento,magari con l’aiuto di un gruppo di esperti nominati non si sa da chi, e che si possa farlo mentre diversi tribunali cercano di processare Berlusconi e ministri del governo in carica manifestano contro i giudici, a me sembra proprio difficile.

Dunque, torniamo al Mattarellum? Sì, se questo ritorno avesse il senso di un ravvedimento operoso, di un primo atto di buona volontà verso i cittadini che la legge Calderoli ha privato del loro diritto di elettori. Non ne sono convinto, se invece nelle pieghe del  progetto di legge Finocchiaro si celasse il tentativo di rianimare il Pd, come partito capace di scegliere candidati  per i collegi uninominali e di aggregare coalizioni tanto larghe quanto eterogenee. Il fatto è che scrivo da Catania. Città che forse eleggerà Enzo Bianco, Sindaco. E questo mi farebbe piacere. Ma gli atout di Bianco sono due. Primo,è  da molto tempo persona nota a Catania. Secondo, è sostenuto da SEL, Pd, Megafono (la lista di un altro “noto”, il presidente Crocetta), ex centristi dell’UDC, ex autonomisti siciliani che hanno lasciato Lombardo.

E qui casca l’asino. Per rispondere alla crisi in cui la Seconda Repubblica ha sprofondato l’Italia, non possono bastare né “l’usato sicuro” né le sante alleanze. Servono “partiti nuovi”, quelli di cui parla Fabrizio Barca. Non un nuovo compromesso tra Stato arcaico e vecchi Partiti che occupano (sempre con lo stesso ceto) ogni posizione di governo e sotto governo.

Da corradinomineo.it

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