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Sheikh Hasina, le fabbriche bengalesi, le società occidentali

 

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Sheikh Hasina, prima ministra del Bangladesh, ha ordinato l’arresto del costruttore del complesso di cui faceva parte il palazzo crollato giovedi 25 aprile nella capitale, e dei titolari di tutte e cinque le fabbriche di abbigliamento che vi avevano sede, accusandoli di “negligenza criminale”. Il girono prima del crollo, che ha causato più di trecento vittime, ed il bilancio è destinato ad aumentare, i titolari delle fabbriche avevano ordinato ai dipendenti di tornare al lavoro, nonostante le crepe sui muri e la facciata dell’edificio, e l’allarme dei giorni precedenti. La decisione della prima ministra arriva dopo le dure proteste di decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici scesi in piazza, dopo che la polizia che aveva caricato le famiglie delle vittime infuriate per la lentezza dei soccorsi. Per disperdere i manifestanti, sono stati sparati gas lacrimogeni e proiettili di gomma, ma le manifestazioni – al momento in cui scriviamo -, non sono cessate.

La decisione della prima ministra è quasi senza precedenti: in Bangladesh gli ordini di arresto di titolari di fabbriche che violano la legge sono estremamente rari, l’ultimo risale al 2005 quando il crollo di un edificio uccise 68 persone, ma l’uomo non è stato mai condannato. I titolari di fabbriche tessili e d’abbigliamento hanno un enorme peso politico in un paese che conta centinaia di migliaia di lavoratori tessili, in stragrande maggioranza donne, che producono abbigliamento per le imprese occidentali, con salari da fame e in condizioni di vera schiavitù.
L’imprenditore arrestato, il signor Rana, è un potente politico locale e membro della Lega Awami, il partito della premier. Ha costruito il complesso di Savar, un centro commerciale a nord di Dhaka, nel 2007, senza chiedere i permessi obbligatori e senza rispettare il piano regolatore municipale, ottenendo il via libera direttamente dal sindaco di Savar.
Rana Plaza era stato evacuato il martedi precedente il crollo dopo che una grossa crepa era apparsa sulla parete esterna, ma i proprietari della  fabbrica avevano costretto i lavoratori a tornare il giorno dopo, assicurando che l’edificio era sicuro.
All’interno del Rana Plaza, al momento del crollo, c’erano circa 3.500 lavoratori e lavoratrici, un alto funzionario dei vigili del fuoco ha dichiarato che 2.350 sono le persone salvate, mentre centinaia rimangono disperse. Grida d’aiuto si sono udite per ore, mentre i parenti delle vittime si accalcavano per cogliere qualsiasi segno di movimento.

Il Bangladesh è il secondo più grande esportatore di abbigliamento in subappalto dopo la Cina, e sono centinaia di migliaia gli addetti del settore, in maggioranza donne, operaie giovani e giovanissime che lavorano in edifici fatiscenti, con salari da fame e in condizioni di vera schiavitù.  Da anni, lavoratori e lavoratrici chiedono una migliore regolamentazione delle condizioni di lavoro, salario dignitoso e sicurezza.
Le proteste si sono intensificate l’anno scorso quando, a fine novembre, un incendio scoppiato nella fabbrica Tazreen Fashions provocò più di cento vittime,  quasi tutte giovanissime operaie.
Il crollo del Rana Plaza, otto piani più un nono in costruzione, è il più grave incidente industriale del paese, negli ultimi anni si sono contate più di mille vittime del lavoro in incendi e in crolli di edifici precari e fatiscenti.

Il giorno dopo il crollo, alcuni militanti dei diritti del lavoro. che da anni chiedono alle imprese straniere di pretendere controlli efficaci dalle fabbriche locali cui subappaltano la produzione dei loro marchi di abbigliamento, hanno rinvenuto tra le maverie documenti sgualciti, moduli d’ordine ed etichette delle società occidentali presenti nelle fabbriche al momento del crollo. Tra quelle al momento identificate ci sono i grandi magazzini spagnoli El Corte Inglés, che ha confermato la sua presenza dichiarando di essersi fidato dai controlli effettuati in loco. La fabbrica aveva superato il controllo da parte della Business Social Compliance Initiative, un gruppo di monitoraggio con sede a Bruxelles, istituito dalla Foreign Trade Association, con il compito di  “monitorare e migliorare le condizioni sociali e di lavoro delle aziende fornitrici”, – ha detto una portavoce -, mentre le autorità locali sono responsabili per la sicurezza delle infrastrutture di edifici industriali.
Altre società presenti nel palazzo erano la Primak della Associated Brtitish Food, la spagnola Mango, il rivenditore canadese Loblaw Cos, l’italiana Benetton, e la francese Carrefour.
Benetton ha successivamente smentito la sua presenza al Rana Plaza, pur ammettendo di aver avuto precedenti rapporti per l’abbigliamento infantile. No comment da Carrefour.

Da womenithecity.it

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