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Dieci anni fa la guerra contro Saddam. Le menzogne e i tradimenti

 

Dalla Situation Room della Casa Bianca,in video-conferenza l’allora presidente degli Stati Uniti d’America George W.Bush, nella sua veste di Comandante in capo si rivolge al suo segretario alla Difesa Donald Rumsfeld: “Mr. Secretary, for the peace of the world and the benefit and freedom of the Iraqui people, I hereby give the order to execute operation Iraqui Freedom. May God bless the troops”, “Signor ministro, per la pace nel mondo e per il bene della libertà del popolo iracheno, do l’ordine di avviare l’operazione ‘Irak freedom’. Dio benedica le truppe”. Era il 19 marzo di dieci anni fa, e quelle parole danno ufficialmente il via alla seconda guerra contro Saddam; guerra da Bush e dalla sua amministrazione fortissimamente voluta, e che vide accodarsi il leader britannico Tony Blair, Silvio Berlusconi e tanti altri della famosa coalizione dei “volenterosi”.

Cosa poi è accaduto, lo sappiamo tutti. Conquistata Bagdad, rovesciato il regime, giustiziato Saddam, quell’area di mondo continua a essere tormentata e dilaniata da mille sanguinose lotte di faida. Che Bush e Blair abbiano mentito ai loro popoli e al mondo per scatenare la guerra è un fatto acclarato; tutti noi ricordiamo bene il segretario di Stato Colin Powell, lo stesso che in una telefonata con il collega britannico Jack Straw aveva definito “fucking crazies” (pazzi fottuti) Richard Cheney, Rumsfeld, Paul Wolfozitz e gli altri fautori della guerra, mentre al Palazzo di Vetro dell’ONU, il 5 febbraio 2003 mostrava le “prove” della pericolosità dell’armamento iracheno. Ha impiegato “solo” cinque anni, il 2008, Powell per ammettere che quel giorno l’ha vissuto come “l’umiliazione più terribile della mia vita”. Fatto è che quelle prove erano fasulle, inventate di sana pianta, per giustificare l’intervento.

Menzogna, dunque, e non solo. Giuseppe Cassini, ex ambasciatore italiano in Libano – un osservatorio da sempre molto interessante per comprendere e seguire le vicende mediorientali – ha scritto un interessante saggio, “Anatomia di una guerra”, che costituisce un importante contributo per la conoscenza dei fatti e della verità.

Nel suo lavoro, che ho letto nella sua forma dattiloscritta, l’ambasciatore Cassini  racconta che Bush, in combutta con Cheney, ha fatto sparire una quantità “di documenti elettronici di rilievo storico per sapere l’intera verità”. Cassini sottolinea che “i ‘vuoti di memoria’ coincidono con momenti salienti dei preparativi bellici (2002-2003) e si protraggono fino al 2005: cancellate migliaia di e-mail scambiati tra Casa Bianca, Pentagono, CIA e Dipartimento di Stato; spariti interi files che avrebbero comprovato le manipolazioni mirate a giustificare l’invasione; distrutti i video che documentavano i metodi ‘muscolari’ usati dalla CIA per interrogare i detenuti; scomparse intere giornate di comunicazioni in entrata ed uscita dalla Casa Bianca…”.

Fatti di inaudita gravità. Il Presidential Records Act impone alle amministrazioni uscenti di consegnare ogni documento agli Archivi Nazionali, che ne devono “curare la custodia, il controllo e la conservazione”. Solo i documenti lesivi per il buon nome degli ex presidenti o dei loro consiglieri possono essere trattenuti (ma non distrutti) per dodici anni prima di essere depositati: “Tuttavia appena insediato Bush emanò un decreto esecutivo che autorizzava a trattenere ‘indefinitamente’ qualsiasi dossier in suo possesso…”. Trattenere, tuttavia non significa distruggere. E questo dovrebbe valere anche se Cheney, nell’inchiesta aperta a suo carico all’inizio del 2009 – e insabbiata – rivendicò il diritto di essere “il solo competente a decidere quali documenti sono da considerare vice-presidenziali e quali personali”, ossia non trasferibili negli Archivi Nazionali.    

Qui siamo nel campo dell’alto tradimento. Che in America, ancora scottati dalla vicenda Richard Nixon e dal suo traumatico impeachment, si preferisca soprassedere, e si sia siglato un tacito patto tra democratici e repubblicani (tanto più che entrambi i partiti erano schieratissimi per l’intervento); che si abbia il timore che troppi imbarazzanti “altarini” possano essere scoperchiati, è cosa che si può ben comprendere. Tutto “logico”, insomma. Ma certo non è giusto, e chi “copre” si assume una grave responsabilità politica e storica, al pari di chi dopo aver sostenuto il falso ha nascosto e distrutto le prove della macchinazione.

Insomma: si può concludere con sufficiente certezza che la guerra del 2003 poteva essere evitata. Non solo perché le due ragioni principali per giustificare l’attacco non erano vere: non c’erano armi di distruzione di massa e neppure impossibili abbracci strategici tra Saddam Hussein e il vertice di Al-Qaeda, ma perché fu fatta fallire la più realistica delle soluzioni: l’esilio del dittatore iracheno. Se questa strada fosse stata seguita si sarebbero evitate decine di migliaia di vittime da una parte e dall’altra, e forse oggi il paese sarebbe meno instabile di quel che non sia. Tanto più che Saddam era disponibile ad accettare l’esilio; come condizione aveva solo posto che la richiesta non venisse da parte “occidentale”, ma dalla Lega araba.

Per questo motivo si svolse un vertice straordinario della Lega araba a Sharm el-Sheik il primo marzo del 2003. E qui si dispone di una testimonianza in diretta, quella dell’inviato del “Corriere della Sera” Antonio Ferrari: “La proposta, presentata dagli Emirati Arabi, doveva essere approvata. Chi mandò tutto all’aria, con una sceneggiata che seguimmo prima in diretta televisiva dall’ufficio stampa di Sharm el-Sheik e poi ascoltammo, con l’aiuto dell’interprete, senza vedere più nulla perché la tv egiziana si era dimenticata di spegnere l’audio, o forse lo aveva lasciato aperto perché tutti potessero capire. La provocazione di Gheddafi che fece il diavolo a quattro, compresi i pesanti interventi delle sue guardie del corpo donne, indebolì la volontà dei fratelli e la proposta dell’esilio si diluì, anzi si spense in un generico e pavido “bla bla”. Nessuno può dire che cosa sarebbe successo se la proposta dell’esilio a Saddam fosse stata sostenuta con vigore. L’attacco all’Irak, voluto da troppi a tutti i costi, avvenne il 19 marzo e sappiamo tutti come è andata a finire”.

Com’è finita, sì. Ma ancora non sappiamo come è cominciata. Quanto al perché, a suo tempo si scandiva lo slogan: “No blood for oil”. Temo si sia sottovalutato il ruolo da sempre giocato dalla fortissima lobby del complesso militar-industriale statunitense. Giocato allora, e probabilmente anche ora, e in grado di mettere a tacere tantissime voci.

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