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Giornalisti in politica? Sì se l’interesse è la res publica

 

Su Europa di mercoledì, il  collega Fabio Martini de La Stampa, sotto l’occhiello Sliding Doors (nella nostra lingua, “porte scorrevoli”), dice che troppi giornalisti hanno il vezzo di passare in politica, ma nessuno lascia il segno. Mi spiace per il collega stimatissimo, ma non condivido in niente questo giudizio. Primo: perché non si passa dal giornalismo in politica, in quanto il giornalismo è politica, costituendone il momento della sua uscita dai “luoghi” del dibattito e delle decisioni per diffondersi là dove si trova la sovranità, cioè nella totalità dei cittadini.  Secondo, perché giornalisti che hanno lasciato il segno nella storia d’Italia ve ne sono a iosa, da Cavour a Gramsci, da Mussolini ad  Amendola, da Gonella a Spadolini. Cavour ha fondato una nazione e un giornale (L’Opinione), Gramsci un partito e un giornale (l’Unità), Amendola una politica liberale moderna e un giornale (Il Mondo), Mussolini ha fondato un giornale (Il Popolo d’Italia) e ha fatto guerre, dittatura e altri guai. Meglio, dunque, evitare le generalizzazioni.

Vero è che Martini lamenta lo sciamare dei giornalisti in politica “dagli anni Sessanta”. Ma anche questo è gratuito: prima degli anni Sessanta, giornalismo e politica furono in osmosi culturale e umana nella clandestinità, negli anni del Cln, nella Costituente, nei primi governi di coalizione: Gonnella, segretario della Dc, dirigeva Il Popolo (la mia ammissione all’Albo del 1966 reca la sua firma come presidente dell’Ordine: le dequalificazioni cominciarono molto dopo e, guarda caso, con giornalisti non politici); Nenni, direttore dell’ Avanti!, era vice presidente del consiglio e  ministro degli esteri; Togliatti, capo del Pci e guardasigilli, dirigeva Rinascita, Almirante direttore del Secolo d’Italia era segretario del Msi; Il Mondo di Mario Pannunzio e dei suoi giornalisti fu il più partito dei partiti; e ultimo fra i giornali-partito che a me piace ricordare fu Il Giornale, che Montanelli trasformò in partito della borghesia, delusa dal malgoverno dei partiti “propriamente detti”; e ai quali mandò (non per loro, “turatevi il naso”, ma per l’Italia) le migliori firme, trasformate in parlamentari e ministri: Zappulli, Bettiza, Barzini, Ronchey . Il canone del Giornale (non sempre da noi rispettato, per la verità) non era il “quarto potere”,  ma “la notizia è sacra, l’opinione è libera”. Donde la pluralità dei giornali, tanti quante sono le politiche partitiche e le culture della res pubblica. Altro segno che partiti e giornali sono due parallele: meglio se, come quelle di Giolitti, non s’incontrano mai: ma sempre parallele, e queste hanno gli scambi. Senza i quali i movimenti (si tratti di treni o di opinione pubblica) sarebbero impossibili.

Anch’ io capisco lo spirito di ribellione di Martini e di altri di fronte al progressivo immiserimento morale e intellettuale di alcuni giornalisti nei partiti, di fronte a chi sfacciatamente sfrutta la politica per acquisire potere nei media, li usa come cosa propria e al servizio del potente protettore, e poi lascia ed  entra in parlamento come refugium peccatorum. E’ un metodo, caro Martini, che deploriamo anche perché inquina la nostra categoria oltre che la politica:  ma tu pensa ad altre categorie, avvocati e giudici in testa, che dalla politica – a differenza di noi – dovrebbero stare lontane. In ogni caso, su mille giornalisti entrati nei 16 parlamenti repubblicani, ci saranno stati cinque o sei casi di “rifugiati politici” per condanne o reati comuni,  ma gli altri 995 sono entrati in parlamento o negli enti locali  per servire la res publica, se erano persone serie; oppure per un quinquennio sabbatico, se erano professionalmente straccetti in cerca di vacanze.

Ma per quanti fra noi si sentono e sono servitori della res publica, voglio ricordare che un giornalista politico non si forma né nelle scuole di giornalismo né nei transatlantici delle camere, ma si forma, dopo aver molto studiato a casa e non smettendo di farlo quando entrano da deputato, da senatore, da consigliere regionale o comunale, nelle cosiddette stanze del potere. Che sono, per chi lo voglia, anche e prima di tutto stanze del sapere. Io sono stato cinque anni alla Camera su consiglio della collega Sandra Bonsanti di Repubblica, che stava concludendo la stessa esperienza che mi consigliava, e ho cercato di imparare come si fa una legge, come si può peggiorarla o migliorarla, velocizzarla o tenerla al guinzaglio, coinvolgervi i cittadini destinatari dei suoi comandi oppure far cadere quei comandi come manganellate sulle teste.

Credo di aver visto tanti giornalisti lavorare tutti i giorni in commissione e non fare retorica in aula, e così prepararsi anche a servir meglio il paese per il giorno del ritorno alla professione: perché, solo conoscendo il potere dall’interno e non nei corridoi, si aiutano i cittadini e gli stessi politici a saperne di più e comportarsi meglio. Non per altro gli antichissimi padri della Politica indicavano in quella del legislatore la funzione più nobile della repubblica. Non identificavano la politica con le chiacchiere delle fazioni. Non affidavano la repubblica a chi fino al giorno prima aveva giocato ai dadi. Non si esaltavano a escludere chi s’era fatta un’esperienza, come vuole l’antipolitica di oggi.

* da Europa Quotidiano

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