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Impossibile confondere vittime e carnefici

 

Sarebbe stato possibile chiedere, nel 1944 o all’inizio del 1945, al Comitato di liberazione nazionale, di aprire negoziati con l’occupante nazista o con i suoi rappresentanti insediati a Salò? E’ in questi termini che si pone il problema oggi in Siria di fronte al cadente regime di Bashar al Assad. Cadente ma non sconfitto e per questo ancor più sanguinario. Se pure qualcuno avesse ipotizzato un governo di transizione Farinacci o Mussolini, senza alcun dubbio non avrebbe trovato ascolto e del resto le stesse milizie fasciste fino all’ultimo spararono contro i partigiani e gli Alleati.

Se oggi si parla di ‘negoziati’ con il regime, come ha fatto l’inviato delle Nazioni Uniti Lakhdar Brahimi o come un po’ incredibilmente ha affermato il Papa – rinunciando una volta di più a una riappropriazione profetica della parola cristiana da parte della Santa Sede – è perché il ‘mondo’, la comunità internazionale, è sostanzialmente inerme di fronte all’efferatezza e crudeltà della dittatura assadita. Nasce così il mito della Siria “paese diviso” – in tal modo è stato infatti definito nei messaggi natalizi da Ratzinger – in cui le “due parti” in lotta in qualche misura si dividono torti e ragioni. L’insurrezione è scaturita dalla volontà di un popolo di liberarsi dalle angherie di un satrapo violento, e certo nessuna rivoluzione è pura, esente da critiche, fatta solo di ‘gloria’ e ‘giustizia’. E tuttavia il punto dirimente resta lo stesso: si può accettare quanto sta avvenendo senza scegliere tra vittime e carnefici? Si può davvero mettere sullo stesso piano la popolazione delle città bombardate, i torturati dal regime, i bambini uccisi dall’esercito di Assad, il terrore dei carri armati, con chi si batte contro l’ennesima versione, quella baathista, dell’autoritarismo mediorientale? Noi crediamo di no. Il Paese non è diviso, è occupato da servizi di sicurezza e dai militari che dal marzo 2011, quando è iniziata la rivolta, lo tengono in scacco con la violenza.

Così la proposta dell’Onu di favorire una transizione morbida della quale Assad faccia parte, è irricevibile. L’unico negoziato accettabile è quello per la fuoriuscita dal Paese del clan Assad, un accordo in tal senso eviterebbe una fine sanguinosa al regime e aprirebbe a passaggi istituzionali intermedi dei quali farebbero parte, inevitabilmente, anche personaggi legati al vecchio potere. Si tratta di uno scenario verificatosi spesso, in passato, quando lunghe e cruente dittature sono cadute; è in tali circostanze, infatti, che si apre una zona franca, un momento storico in cui personalità del vecchio mondo e del nuovo devono collaborare.Ma certo questo non potrà accadere coinvolgendo i maggiori responsabili dei crimini di guerra e contro l’umanità di cui si sono macchiati i principali collaboratori del dittatore ed egli stesso.

La proposta dell’Onu dimostra infine l’inconcludenza del Consiglio di Sicurezza del Palazzo di vetro, legato alla logica delle ‘grandi potenze’ tipica del secolo passato, dovei veti e gli interessi di pochi prevalevano e prevalgono sugli interessi generali. Al contrario, e il voto sul riconoscimento della Palestina come Stato osservatore lo dimostra, l’assemblea dell’Onu col tempo sembra diventare il vero luogo di discussione e di partecipazione degli Stati che, nel bene e nel male, possono far sentire la loro voce. D’altro canto un mondo multipolare chiede anche nuove forme di partecipazione e di soluzione dei conflitti.

Certo, il caso siriano è anche legato a importanti equilibri internazionali sia in Medio Oriente che oltre. Da questo punto di vista è mancato il ruolo di chi, a livello diplomatico, doveva condurre una pressante ‘moral suasion’ serrata con la Russia in primo luogo coinvolgendo anche Pechino. Washington e Bruxelles non hanno fino ad ora esercitato un ruolo significativo e il rischio è che anche ‘dopo’ peseranno relativamente poco. Qualcosa in più si è visto a sprazzi da Parigi e Londra, ma complessivamente non c’è stato un coordinamento occidentale sulla crisi in Siria. Eppure il pluralismo etnico e religioso, l’affermazione dei diritti, del progresso civile e dell’emancipazione democratica, potevano essere nelle corde dell’Europa e degli Stati Uniti, anche oltre gli interessi e gli equilibri geopolitici.

La catena che lega Damasco a Mosca e Teheran dunque si sta logorando lentamente, anche se, alla fine, sembra destinata a cedere. Il processo inaugurato con la lunga primavera araba è complesso e incerto, vi si muovono spinte regressive e forti impulsi al cambiamento. Ma certo oggi gli arabi, in tutti i Paesi, stano affermando la loro ‘soggettività’ di individui e cittadini, si riscoprono come popoli ‘plurali’ – e qui è il contrasto più forte al fondamentalismo islamico – sia pure all’interno di un mosaico di culture, fedi e tradizioni, differente dal nostro.

da Il Mondo di Annibale

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