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Festa dell’Italia che non si arrende

 

di Roberto Bertoni
Sul significato politico della vittoria di Pierluigi Bersani, avrete sicuramente già letto decine di articoli ed ascoltato decine di servizi, tra telegiornali, speciali, approfondimenti e dibattiti dedicati a queste splendide Primarie del centrosinistra. Personalmente, dunque, preferisco concentrarmi su un aspetto meno sottolineato ma non per questo meno importante di un uomo che, pur potendosi avvalere delle regole statutarie del proprio partito, ha scelto di mettersi in gioco, di mettere alla prova se stesso e la propria esperienza, di non ascoltare i consigli di chi gli diceva di tenersi stretto lo Statuto ed evitare l’insidiosa battaglia con Renzi e di esporsi in prima persona, mettendoci grinta, coraggio e passione, sorprendendo persino i suoi più accesi sostenitori per la capacità di tenuta rispetto ad un avversario più giovane, più mediatico, con numerosi opinionisti e commentatori schierati a suo favore e oggettivamente agevolato, in quest’epoca di anti-politica al diapason, dal fatto – come diceva lui – di “non dover portare la giustificazione” per gli errori commessi e le riforme non varate in passato.

Da questo punto di vista, quindi, con buona pace di tutti noi che l’abbiamo sostenuto con entusiasmo, la vittoria di Bersani è principalmente sua, della sua determinazione, della sua umanità e della sua capacità di riportare al centro del dibattito politico una gentilezza di toni, di modi e di comportamenti che credevamo ormai perduta per sempre. La nostra vittoria, invece, è racchiusa nel messaggio che queste Primarie hanno inviato al Paese: le urla non pagano, gli insulti men che meno, i colpi bassi sortiscono l’effetto opposto e ogni forma di eccesso ha stancato da tempo i cittadini, desiderosi, dopo vent’anni di berlusconismo, di un minimo di normalità, di pacatezza, direi quasi di dolcezza e di cordialità per riconciliarsi con la politica e riappropriarsi dei suoi messaggi e dei suoi valori

Ha ragione chi sostiene che dopo questa sfida nulla sarà più come prima; non solo nel PD e nel centrosinistra ma nell’intero panorama politico italiano. Non credo, infatti, che troveranno più spazio e considerazione gli imbonitori e gli affabulatori, come dubito molto che assisteremo alla nascita di altri partiti personali, basati unicamente sul carisma del leader e sulla fedeltà, più o meno elevata, dei seguaci. E penso anche che molti conduttori televisivi la smetteranno di ospitare dibattiti basati non sull’esposizione di idee e proposte per il futuro dell’Italia ma sulla prepotenza verbale, sulla sopraffazione dell’avversario, sulle accuse gridate in maniera sguaiata e su un’insopportabile volgarità che ha finito con il disgustare la maggior parte dei telespettatori.

Ricollegandoci al discorso iniziale, il successo di Bersani è l’affermazione di un uomo buono, di una persona semplice, perbene, ancora legata a princìpi morali tutt’altro che da rottamare e dai quali, al contrario, dovremo attingere le nostre risorse quando il percorso si farà incerto e gli ostacoli si moltiplicheranno (e accadrà di sicuro, mettiamolo in conto fin da ora), quando il centrodestra si riorganizzerà (e mi auguro che accada al più presto perché nessun paese può fare a meno di una sana contrapposizione tra progressisti e conservatori), quando serpeggeranno tra noi i primi malumori e le prime delusioni, quando qualcuno dovrà accettare una legge con la quale è in disaccordo e quando sarà indispensabile (cioè fin da subito, come ha ribadito lo stesso Bersani nel suo discorso a Bettola) dire agli italiani la cruda verità, senza raccontar loro le favole che abbiamo ascoltato nell’ultimo ventennio.

Per questo Bersani è riuscito a convincere sei elettori su dieci della validità del proprio progetto: perché è stato umile e concreto al tempo stesso, perché non ha promesso la Luna ma ha saputo leggere alla grande il contesto storico e sociale del nostro Paese e non solo, perché ha saputo ascoltare i cittadini e fornire risposte adeguate all’enorme richiesta di una politica non soltanto pulita quanto e soprattutto profonda, in grado di analizzare i fenomeni e proporre le soluzioni appropriate.
Una volta, la grande attrice Monica Guerritore mi indusse a riflettere su un concetto al quale non avevo mai dato eccessivo peso: quanto sia pericolosa la tendenza a voler stare sempre “sulla cresta dell’onda”. In effetti, ha ragione Monica: non è solo un’espressione orribile; è anche il cancro che ha investito la politica italiana in questa difficilissima stagione. Per troppo tempo, difatti, siamo stati prigionieri della superficialità di delfini che guizzavano da una parte all’altra, cercando ossessivamente la luce dei riflettori, a qualunque costo, anche a patto di esprimere opinioni gratuite ed avvelenare ulteriormente un clima politico già tutt’altro che idilliaco.

Sia come ministro che come segretario, Bersani si è sempre comportato all’opposto: ha osservato ogni argomento in profondità, non si è preoccupato di ottenere facili consensi, non ha cambiato rotta a seconda del vento che spirava in quel momento e ha acquisito un bagaglio di esperienza e competenza che senz’altro gli tornerà utile quando sarà a Palazzo Chigi e dovrà condurre l’Italia fuori dal pantano della crisi.
In conclusione, Bersani ha vinto perché, specie negli ultimi, concitati giorni di campagna elettorale, sul politico ha prevalso l’uomo, come testimonia la sua commozione nello studio di “Porta a Porta”, di fronte alle immagini dei suoi genitori e del suo parroco che non ci sono più. In quel momento, milioni di italiani si sono identificati in quel segretario mite e garbato, mai sopra le righe, capace di battere i pugni se necessario e di piangere come un bambino di fronte ai suoi affetti più cari, ai suoi ricordi, a quelle speranze tuttora vive nell’animo di una persona temprata da infinite avventure ma non rassegnata al cinismo imperante.

In lui, ho scorto la volontà di non arrendersi al declino, di comprendere la nostra storia e trasmetterla alle giovani generazioni per liberarle dalla gabbia di un presente senza prospettive e poter costruire insieme a loro un futuro all’altezza dei sogni dell’adolescenza. Nelle lunghe code ai seggi, ho osservato sguardi che non vedevo più da tempo: gli occhi di un’Italia stremata dalla crisi ma pronta a ricominciare insieme, riscoprendo la gioia di essere una comunità solidale.

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