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A teatro una rivoluzione femminista ante-litteram

 

Di Margherita Reguitti
Oggi olgettine, nel Cinquecento cortigiane oneste in Friuli. Niente di
nuovo sotto il sole, ogni società ha le sue giovani donne che, senza
particolari doti ma tanta voglia di agguantare in fretta denaro e potere,
si dedicano al fruttuoso meretricio. Diverse le motivazioni che oltre 400
anni fa portarono giovani fanciulle friulane a fare mercato della loro
beltà. Era infatti un modo per fuggire alla monacazione forzata decisa da
padri-padroni per evitare di «dotarle», quando la dote era essenziale per
accasarsi con un buon partito. In questa consuetudine accettata dalla
società di potere maschile sulla pelle delle donne, accadde però un fatto
straordinario, una rivoluzione femminista ante litteram: donne colte,
determinate, astute, capaci di architettare raffinate strategie politiche
e di tessere una complessa rete di relazioni diplomatiche, si unirono e
trasformarono il convento di clausura delle Clarisse di Udine in un
cenacolo-scuola di filosofia, lettere, matematica, scienza in aperta
contestazione al papa e al potere clericale.

Una vera fortezza di femminismo d’ avanguardia culturale, sociale e scientifica. Come questo
avvenne lo racconta Marta Cuscunà in “La semplicità ingannata. Satira per
attrice e pupazze sul lusso d’esser donne” spettacolo drammatico e
divertente, nel solco del teatro civile, seconda tappa del progetto sulla
resistenza femminile dell’attrice-drammaturga che, attingendo al passato
parla della condizione delle donne di oggi. La Cuscunà si è ispirata alla
vicenda storicamente documentata della  monaca di clausura Angela
Tarabotti, obbligata al velo dal padre. Fatti veri che Giovanna Paolin ha
raccontato nel libro “Lo spazio del silenzio”.

Due i tempi dello spettacolo: il primo in forma di  monologo per raccontare la condizione
femminile, il mercato delle fanciulle da marito, le obbligate al velo o le
libere di essere  “cortigiane oneste”. Nel secondo si animano le pupazze
realizzate da Belinda De Vito.  Sono le monache  rivoluzionarie e
coraggiose, che portarono i libri del sapere in convento, allacciarono
rapporti e relazioni con filosofi e scienziati diventando così
artefici-rivoluzionarie del proprio destino. Ma la chiesa non sopportò
questa sete di sapere e si oppose fermamente. Le monache vennero
processate per eresia, ma grazie a un’astuzia tutta femminile, seppero
evitare il rogo proseguendo così la loro rivolta verso
l’autodeterminazione e il sapere.

Solo dopo molto tempo e ripetuti
attacchi da parte di un prelato inquisitore vennero sottomesse. Brava
Marta a interpretare personaggi diversi, nella costruzione equilibrata
dello spettacolo, fusione perfetta di capacità attoriali e teatro di
figura come già dimostrato nel lavoro precedente «E’ bello vivere liberi»
centrato sulla figura di Ondina Peteani, partigiana monfalconese
sopravvissuta a  Auschwitz.

“Per rendere in modo efficace un testo tratto da suggestioni del passato-
spiega la goriziana Marta Cuscunà – ho utilizzato una scrittura impostata
su un rigoroso protocollo linguistico-drammaturgico, nel quale ad ogni
personaggio e azione corrispondono dei lemmi precisi. Una tecnica che ho
appreso seguendo l’insegnamento del maestro del teatro spagnolo
contemporaneo José Sanchis Sinisterra”.

Il progetto, prodotto da Centrale Fies Factory, fucina di artisti italiani
under 35, andrà  in scena  il 15 dicembre a Mira (Ve) e l’8 marzo a
Vicenza.

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