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Mafia trapanese, una doppia confisca da 45 milioni

 

di Rino Giacalone
Colpo su colpo le casseforti di Cosa nostra trapanese cadono sotto la mannaia dell’azione giudiziaria, severa e inflessibile. Formidabili le indagini della Dia di Trapani, ancora di più martellante l’azione del pm Andrea Tarondo, che ancora una volta è riuscito nel compito di inchiodare i condannati dinanzi a precise responsabilità di arricchimento e speculazioni di ogni genere, e non hanno girato lo sguardo i giudici della sezione di misure di prevenzione che guidata dal giudice Piero Grillo non hanno avuto remore e riserve nel giudicare.

Con un provvedimento due sequestri diventano confische, d’altra parte erano compari i destinatari, Mariano Saracino e Giuseppe Pisciotta, tutti e due castellammaresi e quasi settantenni, ma in auge da quasi 50 anni. Sempre con i boss, poi uno di loro in particolare, Saracino, è diventato boss all’ombra di un uomo dei servizi segreti. Una persona misteriosa con la quale Mariano Saracino si sarebbe rapportato, sia ai tempi della strage di Pizzolungo del 1985, sia in tempi piuttosto recenti, ai tempi della strage di via D’Amelio. Un agente che aveva anche una precisa parentela, quella con Antonella Bonomo, la donna del capo mafia di Alcamo Vincenzo Milazzo, tutti e due uccisi pochi giorni prima che ci fosse il botto di via D’Amelio. I potenti boss della cupola ammazzarono prima Milazzo e poi la sua donna, sebbene incinta, perché, come aveva suggerito loro Saracino, lei, scoperta la morte del suo uomo, contrario alle stragi del 92, avrebbe potuto passare notizie al suo parente; oppure avrebbe potuto parlare di quel suo parente dei servizi che era in contatto con la mafia.

Particolari non indifferenti nella storia della mafia trapanese sempre in mezzo tra politica, imprese, massoneria e…servizi segreti. Saracino sembra essere un ingrediente di questo mix. Lui che è stato, sconta una condanna a 10 anni, il ministero delle Finanze di Matteo Messina Denaro e dei clan di Alcamo e Castellammare, lui si occupava di dividere i proventi tra le famiglie, di fare arrivare i soldi ai detenuti e alleloro famiglie, dopo averli incassati attraverso speculazioni di ogni genere, immobiliarie e finanziarie, l’imposizione del cemento, le truffe all’Ue, regista degli appalti ed esperto riciclatore dei proventi illeciti.

Uomo di fiduci anche di Gioacchino Calabrò, l’uomo delle stragi di mafia, da Pizzolungo, 1985, a Roma, 1993, il boss, che sconta diversi ergastoli, al quale è stato appena tolto il 41 bis: Saracino prima che venisse condannato per mafia fu condannato per avere procurato un falso alibi a Calabrò quando questi era imputato a Caltanissetta per la strage di Pizzolungo del 1985, per quell’autobomba destinata al pm Carlo Palermo e che fece strazio di una famigliola, Barbara Rizzo Asta e i suoi due gemellini di sei anni, Giuseppe e Salvatore, furono loro tre ad essere dilaniati dalla deflagrazione quella mattina del 2 aprile.

A censire i beni di Saracino e a provarne la provenienza illecita sono state le indagini della Dia (direzione investigativa antimafia) di Trapani, coordinate dalla Procura antimafia di Palermo. Indagini nella quale compare il nome di Giuseppe Pisciotta, come Saracino è un  imprenditore nel settore edile e della produzione e commercio di conglomerati cementizi, assieme avrebbero costituito “una unica entità”. Quando Saracino cadde in disgrazia per le indagini che lo riguardavano, Pisciotta non si allontanò da lui, ma nella veste di amministratore unico delle società che erano come armi fumanti in mano alla mafia, si adoperò per continuare ad agevolare e favorire le attività illecite già poste in essere, preoccupandosi poi della intestazione fittizia di beni così da salvaguardare se stesso e il socio da eventuali sequestri.

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