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Un film per guardarci allo specchio

 

Ho visto “Un giorno speciale” di Francesca Comencini. La prima cosa che vi dico è: andatelo a vedere. Che siate mamme, papà, nonne, nonni o semplicemente ragazzi come me, sono soldi spesi bene. Se non l’avete visto leggete questo piccolo pensiero dopo essere stati al cinema perché potrebbe fare da effetto spoiler e non vorrei rovinarvi un film che nonostante un titolo “semplice” e la presenza di due protagonisti giovani e bravi non ha nulla a che fare con i film italiani sui “gggiovani” a cui siamo abituati.

Questo film parla di un mondo che in Italia è stato cancellato. Pensateci un secondo e ditemi se vi viene in mente un film in cui si parla di ragazzi. L’adolescenza (per non parlare dell’infanzia) è stata rimossa, le uniche rappresentazioni che ne rimangono sono finte, contraffatte, imprigionate in stereotipi di ragazzi che vivono storie d’amore a tempo pieno, spensierati, figli di un’Italia senza tempo. Essere adolescenti in questo Paese, soprattutto se vivi nella periferia dell’impero, come i personaggi rappresentati in questo film, non è per nulla semplice.

Ho pianto. C’è un momento, a metà film, in cui l’atmosfera cambia, ci si rende conto che dalla favola in cui questi ragazzi hanno vissuto fino ad ora, che altro non è che la normalità, una semplice storia d’amore, fatta di risate, carezze, baci teneri, condivisione di interessi, pensieri, angosce, qualche piccola follia; è il momento di tornare alla realtà. Le espressioni di Gina cominciano a cambiare, Marco si innervosisce, comincia a piovere. La normalità, per questa ragazza di diciannove anni, non è darsi un bacio ai fori imperiali, ma essere consapevole di cosa sarà disposta a fare entrata nella stanza dell’onorevole. Una consapevolezza non espressa, che ha anche la mamma, un detto e non detto che però Gina conosce bene, e a cui il suo corpo e la sua mente vorrebbero sottrarsi. Consapevolezza che è rappresentata dallo scatto felino che questa ragazza compie una volta sulle ginocchia di quest’uomo, più grande di lei che non ricorda neanche il suo nome ma che è la sua chiave per il successo. In quel momento del film secondo me, tutte le donne in sala hanno perfettamente immaginato il pensiero di Gina, nonostante si sentissero solo i rumori delle mani sulla stoffa e della cerniera che si abbassa. “Okkei, so cosa devo fare, lo faccio, cinque minuti e questo incubo è finito, tanto cosa importa, non sono io, non è importante, qualche volta bisogna fare le cose controvoglia, tanto poi me lo scordo, anzi farò finta che non è nemmeno successo, faccio tutto e poi finalmente vado a casa e me ne dimentico.” Poi il vuoto dentro, questa ragazza si guarda allo specchio, si sciacqua il viso, corre a casa, e lì sotto la doccia sente il suo corpo, la sua schiena, la sua bocca, si rende conto che forse dimenticare non è semplice, che forse bisogna conviverci con queste sensazioni, che non sarà nè la prima nell’ultima volta. E gli occhi della mamma, che le chiede “come è andata?” come se stesse parlando di una giornata a scuola, esprimono l’inquietudine di una normalità che non ha nulla di normale.

E no, non è un caso particolare. Che questa ragazza voglia fare l’attrice è solo un esempio, ma sta seguendo il successo, la realizzazione, sta provando a toccare con un dito un modello, quello “dell’uno su mille ce la fa e sarai sicuramente tu” che ci hanno fatto talmente introiettare che ci sembra l’unico possibile. L’unico positivo. Sempre che tu sia carina. Perché in questo modello il nostro corpo è un arma a doppio taglio, che devi imparare ad utilizzare se non vuoi rimanere ferita.

Non è una storia d’amore. A mio parere è sbagliato definirla così. E’ una fotografia. Un immagine, uno spaccato di realtà, delle angosce, delle frustrazioni che i ragazzi in questo Paese vivono.

Il presente che viviamo, spesso al di fuori della nostra volontà, è un luogo in cui non c’è spazio per essere ragazzi, bisogna diventare grandi, subito, anche se i mezzi per farlo non ci sono. Le espressioni di Gina cambiano durante il viaggio in macchina, da dure e preoccupate si ammorbidiscono. Inizia a ridere, a scherzare, a sfidare nel modo più simpatico e bello del mondo l’insicurezza e la goffaggine di questo ragazzo così spontaneamente tenero e carino con lei. Inizia ad aprirsi e insieme vivono una giornata spensierata. Tutto questo, in una giornata normale, non è permesso. Fa parte di un giorno speciale, in cui si lasciano da parte le angosce di un lavoro trovato per raccomandazione di un prete, della paura di non farcela, di non avere alternative, del sentire quel peso che come dice Marco ti porta a non riuscirti ad alzarti prima delle 12 o a pensare a diciannove anni di aver sprecato tutte le occasioni che la vita ti ha offerto.

E’ tutto ribaltato in questa Italia di corrotti e sfruttati, di ricchi e poveri.

Capire questo film è importante, farlo nostro, patrimonio comune di un’Italia che si auto analizza, potrebbe essere un buon inizio per cominciare a guardarci allo specchio, a riconoscerci, a prendere atto del fatto che esiste un emergenza, che va affrontata, presa in considerazione, risolta. Che a farne le spese, se continuiamo ad ignorarla e a rappresentare i giovani come un mix fra “tre metri sopra il cielo” e i servizi shock sull’uso di droga, sarà proprio quel “futuro del Paese” quella “futura classe dirigente” di cui tutti parlano.

In un classico film italiano, alla fine, quando Marco torna da Gina nella periferia “fuori dal gra ma di poco” e vedendo una finestra con la luce accesa comincia a chiamarla, sempre più forte con sempre più insistenza, Gina, che guarda la tv, si sarebbe girata verso la finestra e avrebbe fatto un gran sorriso, o una corsa ad affacciarsi, con una bella inquadratura su un sorriso di rivalsa di entrambi e poi via coi titoli di coda con una bella musica energica di sottofondo. Invece no. Gina non si gira. Rimane con lo sguardo assente assorto sulla tv spazzatura. Un finale che strappa sicuramente meno applausi, ma che lascia quel senso di angoscia dentro a cui la nostra generazione è stata confinata. L’angoscia di pensare che le favole che ci hanno raccontato vanno bene per i bambini, che non è vero che l’amore aggiusta sempre tutto e che tutti vissero felici e contenti. Che nel nostro mondo non c’è spazio per tutto questo, se non in un giorno paradossalmente speciale.

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