Sanatoria 2012: esclusi di fatto interi settori. E ora incognite per l’accettazione delle domande

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Ormai è evidente: la sanatoria 2012 per la regolarizzazione dei lavoratori stranieri in nero è stato un flop in termini di numeri: appena  134.576 domande inviate, a fronte di un numero di potenziali coinvolti attorno alle 350mila persone in Italia, secondo la  Fondazione Leone Moressa. Gli esiti erano stati largamente preannunciati dalle associazioni che si occupano di integrazione in Italia, per via dei requisiti a dir poco stringenti pretesi dal Viminale. Due in particolare: il dover dimostrare di essere già presenti in Italia prima del 31 dicembre 2011 e i costi. Il datore di lavoro dovrebbe pagare una tassa di circa mille euro per “mettere a posto” il dipendente: un onere che spesso, tra l’altro, pur di avere il permesso, di fatto sono costretti ad accollarsi gli stessi lavoratori stranieri. Ebbene ora, anche per chi la domanda l’ha presentata, si scopre che potrebbero esserci amare sorprese.

In Emilia-Romagna la stima era di 53 mila domande potenziali: ne sono state inviate invece appena 14mila e quasi tutte per lavoro domestico. Un dato, questo, che stride con quello della nazionalità di chi ha presentato domanda: in testa bengalesi, marocchini e indiani. Ma le badanti che assistono gli anziani nelle nostre case non sono per la maggior parte dell’est europeo? Ucraini e moldavi invece risultano rispettivamente quarti e dodicesimi. Ma senza voler pensare per forza a possibili truffe, basta rimanere sulla superficie delle cose per rendersi conto che il meccanismo è stato congegnato in maniera da non funzionare bene.

A spiegarlo sono appunto le associazioni. Restando in Emilia Romagna, portiamo il caso di una piccola realtà come Rimini. Anche qui, come nel resto d’Italia, il numero di domande è andato a picco: presentate 670 domande, nella sanatoria precedente, nel 2009, erano state oltre 1900. 600 delle domande riminesi sono di colf e badanti. Eppure si stima che in città ci sia un forte sommerso, che riguarda vari settori, tra cui in particolare quello edile. Ebbene c’è un fattore che ha fatto sì che restassero di fatto fuori dalla sanatoria settori come quello dell’edilizia, spiega Massimo Spaggiari, vicepresidente di un’associazione, l’ Arcobaleno di Rimini, che si occupa di integrazione e che in questo periodo si è impegnata nella consulenza ai datori di lavoro per la presentazione delle domande di regolarizzazione. “Mentre per colf e badanti è stata riconosciuta la possibilità di regolarizzazione anche per il part-time, per gli altri settori era richiesto il tempo pieno. Cosa che oltretutto non esiste nel campo dell’edilizia per esempio” rileva Spaggiari.

A tutto questo si aggiunge un altro fattore critico, che fa temere per il buon esito delle domande presentate: ci sono alcuni punti di incerta interpretazione della legge che potrebbero rischiare di comportare il rifiuto di una parte delle pratiche presentate all’atto delle verifiche da parte dello Sportello Unico per l’Immigrazione, che è poi quello incaricato del via libera. “E’ una norma scritta male, tecnicamente. Il termine usato è ‘documentazione derivante da organismi pubblici’ per la dimostrazione della presenza in Italia prima del 31 dicembre 2011. E’ un termine vago e equivoco. Per esempio documenti del tipo di dichiarazioni di medici,che attestano una visita, oppure provenienti da consolati esteri  saranno valutate positivamente o negativamente a discrezione della pubblica amministrazione. E di domande che sappiamo sono state presentate in base a questi documenti ce ne sono sono” dice Spaggiari.

In teoria le nuove disposizioni per l’emersione dovrebbero contrastare il lavoro nero con pene più severe per lo sfruttamento del lavoro straniero. Ma i numeri dimostrano da sé che la gran parte dei lavoratori stranieri irregolari non hanno potuto accedere alla domanda di regolarizzazione: a Rimini, per esempio, si valuta che siano rimasti fuori i due terzi dei lavoratori stranieri irregolari. “Siamo ancora in presenza di questo equivoco per cui a fronte di una dichiarata volontà di affrontare questo problema, poi nei fatti le norme e le prassi vanno in direzione contraria” constata amaramente l’Associazione Arcobaleno.


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