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Bersani, Renzi e la sfida dell’Italia

 

di Roberto Bertoni
A Pianaccio, sulla facciata del Centro Documentale dedicato a Enzo Biagi, campeggia questa scritta: “Ho girato il mondo da cronista, ma in fondo non sono mai andato via da Pianaccio”. A pensarci bene, lo stesso discorso vale per Pierluigi Bersani che lo scorso 14 ottobre ha scelto di tornare a Bettola per aprire la propria campagna elettorale in vista delle Primarie. Non so perché, forse per un eccesso di sentimentalismo, forse per una felice assonanza di idee, ma vedendo Bersani che parla umilmente alla sua gente mi sono tornati in mente i giorni meravigliosi che trascorsi in compagnia della famiglia Biagi (in occasione della terza edizione del premio giornalistico che porta il suo nome), alla scoperta non del grande giornalista ma dell’uomo, del partigiano, del nonno, di chi, per l’appunto, ha incontrato Bob Kennedy e il professor Sabin ma alla fine è tornato lì, nel suo paesino di quaranta anime, dov’è iniziata la sua avventura umana e dove ogni anno, d’estate, ritrovava il suo spirito autentico, le sue origini, le sue radici, i sogni di un’infanzia e di una gioventù segnate dal fascismo e poi dalla guerra, dalla morte, dalla distruzione.

Ho pensato a Biagi e ho pensato a Dario Franceschini che, non appena fu eletto segretario del PD in seguito alle dimissioni di Veltroni, decise di tornare a Ferrara e di giurare sulla Costituzione accanto al padre, a sua volta partigiano, uomo politico, persona di immensa cultura e umanità, per marcare una netta distanza rispetto ai princìpi amorali che, purtroppo, dominano questo nostro tempo privo di passioni autentiche.

Pianaccio, Ferrara, Bettola: tre emiliani, tre storie diverse eppure simili, complementari, tre persone perbene che, nonostante il successo, la notorietà, la stima e l’affetto della gente, non hanno mai smarrito quella dimensione umana che oggi sembra perduta ma senza la quale la vita perde tutta la propria autenticità, la propria bellezza, la propria intensità.
Senza contare che, al netto degli aspetti sentimentali (per me tutt’altro che secondari), l’idea bersaniana di tornare a Bettola, presso la pompa di benzina che fu di suo padre, ha un altissimo valore simbolico e lancia un messaggio importante alle nuove generazioni: chiunque, con impegno e dedizione, può farcela, pur essendo partito da una famiglia umile, pur non avendo avuto sponsor alle spalle, pur avendo dovuto compiere immensi sacrifici per realizzarsi ed arrivare ai vertici e, se tutto questo è stato possibile, il merito è anche di quei valori che qualcuno oggi vorrebbe “rottamare” ma che, invece, sono indispensabili per guardare al futuro con rinnovata fiducia e speranza.

Già, il futuro: un concetto fondamentale, ora più che mai imprescindibile, che qualcuno accusa Bersani di non saper interpretare, in quanto legato ad una storia troppo novecentesca, troppo “vecchia”, inadatta ad entrare in sintonia con le giovani generazioni, con i ragazzi che non trovano lavoro, con chi è costretto da un’infinita serie di ostacoli e di barriere a vivere ai margini della società, escluso da qualunque decisione, da qualunque ribalta, a dispetto dell’impegno, della laurea, dei master, dei concorsi, delle abilitazioni e di un percorso umano e professionale non meno intenso di quello del figlio di un benzinaio che oggi si candida a guidare un Paese del G8.

Allora posso dirvi cosa ha trasmesso a me, studente universitario di ventidue anni, quel discorso così vero pronunciato a Bettola: mi ha trasmesso un senso di rinascita, di volontà di ricostruire, di rimboccarsi le maniche, di cambiare, di rinnovare insieme questo Paese sfibrato, devastato da un decennio di berlusconismo imperante, dalle mancate riforme, dalle disuguaglianze, dalle ingiustizie e dalla tristezza di un messaggio deleterio che ha privato la nostra generazione di quella tensione etica, storica e morale senza la quale il domani è solo incertezza, vuoto, uno slogan destinato a perdersi nel vento e a svanire senza lasciare traccia.

Alcuni commentatori hanno definito le parole di Bersani troppo rivolte al passato, alla generazione dei miei genitori piuttosto che alla nostra ma ribadisco: non è così. Quel passato, infatti, è ancora tra noi, proprio come i valori della Costituzione sulla quale giurò Franceschini e come l’immensa onestà e l’amore per la verità e per il prossimo che animavano Enzo Biagi. Quel passato profuma di sogni, di speranze, di ricordi bellissimi e di pagine di storia che nessuno ha il diritto di cancellare, perché sono le pagine che hanno consentito ad una Nazione sconfitta e in macerie di diventare una potenza mondiale; sono pagine che parlano di sacrifici ma, al tempo stesso, di solidarietà, di rispetto, di mani che si stringono e si fanno forza l’una con l’altra; sono le pagine dei ragazzi che si recarono a Firenze a salvare il patrimonio culturale sfregiato dall’alluvione del 1966; le pagine di una battaglia collettiva, del ritorno a qualcosa di autentico dopo il nulla di questi anni incolori che hanno umiliato la politica, riducendola a ciò che emerge dagli scandali delle ultime settimane; e sono, infine, le pagine di una scommessa che si regge sull’idea di rinunciare ognuno a qualcosa per donarla a chi ha meno, a chi sta peggio di noi, a chi è stato massacrato dalla crisi e ha perso la fiducia in se stesso, prima ancora che nei partiti, nella politica e nelle istituzioni.

Nella piazza di Bettola, nel giorno del quinto compleanno del PD, c’era tanta gente comune, tante persone alle quali non pesa essere buone e nei cui occhi si leggeva una sincerità della quale abbiamo tutti più che mai bisogno.
La sfida del figlio di un benzinaio, insomma, è diventata la sfida di un intero Paese: di un Paese in cui molti hanno in famiglia un padre o un nonno che emigrarono per cercare lavoro, per regalare ai propri figli un avvenire migliore o semplicemente per insegnare, come fecero i miei bisnonni, che per una miseria contribuirono ad alfabetizzare un intero paesino della Ciociaria, animati dalla passione per il proprio lavoro e dal sogno di vivere un giorno in un’Italia senza più ignoranza.

Per questo, il prossimo 25 novembre, lo voterò con convinzione, perché la sua storia è anche la mia, la nostra, e in essa è racchiusa la forza e il coraggio di una comunità che vuole tornare ad essere tale, con buona pace di chi pensa che ci si possa candidare a guidare un Paese archiviandone la storia, l’identità e la memoria di coloro che hanno contribuito a scriverla.

P.S. Visto lo spirito dei tempi, dal quale mi dissocio con vigore, dedico quest’articolo ad alcune persone che ho avuto la fortuna di conoscere e con le quali, in alcuni casi, ho anche condiviso un percorso comune: Walter Veltroni, Livia Turco, Massimo D’Alema, Pierluigi Castagnetti, Tiziano Treu e tutti quei parlamentari che alle prossime elezioni hanno annunciato di non volersi ricandidare. A loro, devo molto di quello che so e che sono; a loro, va la mia profonda gratitudine.

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