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Spagna, come si criminalizza una protesta pacifica

 

E’ stato circondato davvero, alla fine, il Parlamento spagnolo. Da migliaia di persone, le autorità parlano di 7 mila ma erano evidentemente molte di più, giunte anche da diversi punti del paese. Ci sono stati incidenti, arresti e feriti. La polizia ha commesso brutalità testimoniate dalle telecamere (le dirette in streaming dalla piazza erano decine, da quelle delle grandi testate giornalistiche, Rtve, El País, El Mundo, agli obiettivi del movimento) e tra i manifestanti ci sono stati infiltrati incappucciati in cerca di scontri. Ma il carattere pacifico della manifestazione è stato evidente e quella che, dai giornali di destra, è stata descritta come una «battaglia campale» è stato un alternarsi di momenti di tensione e pause di tranquillità, nemmeno lontanamente paragonabile agli incidenti che capitano da noi in alcuni cortei o nelle normali domeniche da stadio.

Un successo, dunque, per gli organizzatori e l’ennesimo campanello d’allarme per la salute della democrazia spagnola. A cominciare dagli obiettivi iniziali della protesta, ambigui, massimalisti, e non condivisi da tutto il movimento. La genesi del 25S (il 25 settembre, come gli spagnoli indicano le date storiche mettendo la cifra e l’iniziale del mese) testimonia bene delle tante anime della disillusione spagnola, dei dubbi ma anche dell’urgenza per moltissimi di agire e farsi sentire. E del livello critico ormai raggiunto dalla sfiducia verso le istituzioni e dalla crisi di rappresentanza dei partiti spagnoli. Ovvero, della crisi della democrazia che attraversa non solola Spagna.

Tutto inizia a fine giugno, quando la sconosciuta piattaforma ¡En Pie! (In piedi!) convoca sulle reti sociali la protesta con un manifesto che invita a circondare il Parlamento sino a ottenere le dimissioni dell’esecutivo, la dissoluzione del Parlamento e l’inizio di un processo di transizione verso una nuova costituzione per un nuovo modello economico, politico e sociale. Un manifesto che, diffondendosi, suscita la reazione del 15M (dal 15 maggio 2011, data di inizio delle manifestazioni degli Indignados), nelle sue diverse anime. Le critiche puntano sulla mancanza di trasparenza e di democrazia e sul punto politico che non spetta al movimento proporre processi costituenti ma eventualmente portare nella strada il dibattito sulla necessità di un nuovo quadro legale del paese, come in effetti ha sempre fatto, per esempio nella critica dell’attuale sistema elettorale.

Gli Indignados ottengono di aprire l’organizzazione ad altre realtà e viene creata una nuova piattaforma, molto più politicizzata in senso tradizionale di quelle che hanno organizzato le proteste degli Indignados. Spicca la presenza di militanti e quadri di Izquierda unida (Iu), del Pce e di rappresentanti di sindacati di base, come il Sindicato andaluz de trabajadores, guidato da Juan Manuel Sánchez Gordillo, nota figura delle lotte sociali andaluse, membro del Parlamento regionale, dirigente di Iu e recente protagonista delle cronache per episodi di autoriduzione compiuti in supermercati e centri commerciali per attirare l’attenzioni sulle difficoltà materiali delle famiglie andaluse piegate dalla crisi. Un cartello di storie e pratiche politiche, riunioni a porte chiuse e dirigenti eletti,  diverse rispetto a quelle degli Indignados, al quale il movimento impone la creazione di un coordinamento organizzativo che mutua le sue pratiche democratiche: assemblee aperte, documenti in rete disponibili per tutti, inclusività. Così, anche sulla spinta delle imponenti manifestazioni portoghesi – che hanno ottenuto il blocco del taglio degli stipendi pubblici – gli iniziali obiettivi cambiano in una protesta contro il governo, i partiti politici (“Non ci rappresentano” è uno degli slogan storici del movimento) e la gestione della crisi economica. restano fuori i componenti del Dry originale (Democracia Real Ya), il gruppo da cui è partito il movimento che già si era scisso in due realtà, la prima che vuole superare l’assemblearismo unanimitario e si è strutturata in associazione per iniziare campagne legali contro i dirigenti delle banche coinvolte nella crisi finanziaria, che non ha partecipato alla piattaforma, e la seconda che invece ne ha fatto parte.

L’iniziale ambiguità è però rimasta, creando perplessità anche in chi finora ha sempre appoggiato gli Indignados. In particolare, l’idea di circondare il Parlamento, identificando la massima istituzione della democrazia con la fonte dei mali del paese, suscita le critiche di intellettuali e artisti che condividono i motivi della protesta, continuano a guardare con simpatia al movimento, ma rigettano queste parole d’ordine e la generalizzazione della politica tutta uguale e male assoluto. Così gli scrittori Luis Goytisolo e Rosa Regás, il filosofo Fernando Savater e il poeta Luis García Montero hanno preso le distanze dalla manifestazione, condannando però i tentativi di criminalizzazione del governo, mentre altri esponenti della cultura e dello spettacolo l’hanno appoggiata senza riserve. Anche i partiti di opposizione si sono divisi. Il Psoe anche al suo interno, con il segretario Rubalcaba che si schiera per la legalità contro “l’assalto” al Parlamento, mentre la vicesegretaria parlamentare, Elena Valenciano, ha osservato che «è l’espressione della sovranità popolare quella che mette i deputati nei loro scranni». Iu, col coordinatore Cayo Lara, ha appoggiato la manifestazione e i suoi deputati sono stati tra i pochi a uscire dal Parlamento per parlare con i manifestanti. Totale adesione anche dal nuovo partito ecologista Equo.

La manifestazione è quindi stata alla fine un contenitore sufficientemente neutro da accogliere molti, ma proprio in questo risiede una debolezza che si riflette sul risultato. E’ stato un successo? La partecipazione è stata importante e trasversale. Accanto agli studenti sfilavano colletti bianchi, professionisti e moltissimi anziani. Elettori delusi del Psoe e anche del Pp, che si sono visti tagliare retribuzioni e tredicesime, aumentare tasse e Iva e tagliare servizi e welfare. Ma certo non si è ripetuta la recente esperienza portoghese, con manifestazioni imponenti, come non si vedevano dalla Rivoluzione dei garofani, che hanno costretto il governo a ritirare il progetto di riduzione dei salari pubblici. Il governo ha tentato sin dall’inizio di ridurre la manifestazione a questione di ordine pubblico. In effetti la legge vieta le manifestazioni davanti alle assemblee elette di ogni livello nel momento in cui si svolgono sedute. Ma la volontà di criminalizzare la manifestazione ha preso la mano ai dirigenti del Pp e del governo, fino alle dichiarazioni della numero due dell’esecutivo, María Dolores de Cospedal, che l’ha comparata col tentato golpe Tejero del 23 febbraio ’81.

Le provocazioni si sono susseguite e sono continuate nella gestione dell’ordine pubblico. La polizia ha fermato e perquisito i pullman che portavano a Madrid manifestanti da altre città, identificando i passeggeri. Attorno alle Cortes è stata creata una zona rossa che ha impedito la libera circolazione alle persone, coi residenti e gli impiegati di negozi e uffici respinti se non avevano con sé documenti di residenza o contratti di lavoro. Poi, chiusi tutti gli accessi al Parlamento, la manifestazione è stata fatta arrivare sino a poche decine di metri dall’entrata. Le telecamere hanno documentato le provocazioni dei poliziotti, in particolare quelli in borghese, e gli eccessi di brutalità, come pure le intemperanze di isolati gruppi di incappucciati, a ripetere il triste copione per cui a sporadici accenni di violenza, prontamente fermati dai manifestanti, si risponde con cariche che non toccano i violenti ma si accaniscono sui manifestanti pacifici e inermi. Della vena pacifica dei manifestanti testimoniano anche le immagini che fanno vedere come due cellulari e venti celerini si fanno spazio tra due muri di folla distribuendo manganellate e rimettendo a posto le transenne, senza essere attaccati da nessuno. Nelle nostre piazze, dove il rifiuto della violenza deve ancora diventare imprescindibile scelta politica, sarebbero stati messi in fuga e i veicoli dati alle fiamme.

 

Emblematico l’episodio, immortalato dal fotografo free lance Javier Pulido che l’ha subito rilanciato su twitter, che sta facendo in queste ore il giro del mondo nella rete, di un capo cameriere di un bar che ha impedito l’accesso nel suo locale a poliziotti antisommossa che stavano inseguendo manifestanti dopo una carica indiscriminata contro persone pacifiche. Col suo corpo e con le parole ha fatto da scudo alla porta del locale e la presenza di telecamere e macchine fotografiche, arrivate nei circa 40 minuti di confronto, ha fatto desistere la polizia dal fare irruzione nel bar gremito, divenuto rifugio di famiglie, bambini, anziani e studenti. L’agenzia Efe aveva all’inizio distribuito le foto parlando di un cameriere che chiedeva ai manifestanti di non rompere le vetrine. Invece la storia era diversa, anche se Alberto Casillas, questo il nome del capo cameriere del bar El Prado, si è anche rivolto così ai manifestanti giunti a proteggere i compagni rifugiatisi nel bar che tiravano oggetti contro la polizia. Casillas è tutto fuorché un estremista: «Guardi – dice alla versione spagnola dell’Huffington post – io ho votato Rajoy ma questo non è il governo che volevo. Ci vuole conciliazione e non ho visto il presidente riunirsi con nessuno. Su decretani misure e punto. Così non si può governare». E’ stato per vent’anni in Venezuela. «Siamo tornati per la repressione e quello che vedo qui mi ricorda molto la repressione di Chávez, che è meno peggio di quello che ho visto qui. Per tutto il giorno il comportamento dei manifestanti è stato assolutamente corretto. Lo dico a titolo personale, ma credo che ci sia stato un terribile eccesso nelle cariche della polizia. Senza nessun discernimento».

Dentro al Parlamento i deputati potevano sentire le urla assordanti e le sirene, tra timore e dispetto. Erano veramente circondati e potevano avvertire il distacco tra loro e la popolazione spagnola, il disprezzo per la lasse politica che rischia di diventare disprezzo per la democrazia. Chissà in quanti comprendono l’urgenza di rifondare il patto tra cittadini e politica e la loro responsabilità nel far sì che questo processo di disaffezione alla democrazia venga invertito.

E stasera alle 19 la protesta ricomincia.

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