Sei qui:  / Articoli / Culture / L’utopia realizzata di Piero Farulli

L’utopia realizzata di Piero Farulli

 

Se passate per Fiesole, trovate il tempo per prendere una strada di campagna che sta proprio a fianco della chiesa di San Domenico, e in poche centinaia di metri arrivate alla Torraccia: un grande parco, alberi secolari, un’antica villa. Siete nella Scuola di Musica di Fiesole, una di quelle realtà del nostro paese che dovrebbero essere conosciute molto più di quanto non lo siano. Si studia musica, naturalmente, ma non è un conservatorio. È molto di più. Qui trovate ragazzi che vengono nel pomeriggio dopo la scuola e adulti al termine di una giornata di lavoro, bambini e anziani, giovani che hanno scelto la musica per professione e uomini e donne che la studiano per puro piacere. Sentirete soprattutto far musica insieme. E la gioia di farla. Potete imbattervi in un ensemble di archi composto da bambine e bambini di quattro, cinque anni: hanno avuto il tempo per conoscere lo strumento e poi sono stati immersi nel gruppo, a imparare insieme. In altre stanze corsi di perfezionamento: pianoforte; musica da camera, di archi, di fiati. In un padiglione prova un’orchestra di 70 elementi, una vera orchestra, tutti ragazzi, dagli undici ai quindici anni, e a dirigerli potreste trovare Salvatore Accardo.

L’altra orchestra, l’OGI (Orchestra Giovanile Italiana), questa di ventenni, ormai diplomati, potrebbe essere fuori, a suonare, sotto la direzione di Daniele Gatti o di Claudio Abbado o di Riccardo Muti. Un’orchestra che si rinnova di anno in anno e rifornisce di prime parti le migliori orchestre italiane. Uno dei risultati più importanti di Fiesole, che punta soprattutto a creare buoni musicisti, bravi professori d’orchestra. Se poi escono dei solisti tanto meglio. Una scuola con 140 docenti per 1300 allievi. Il sogno, realizzato, di un uomo che amava tanto la musica da volerla condividere con tutti.

Si chiamava Piero Farulli e ci ha lasciati il 3 settembre. È stato un grande musicista, la viola del leggendario Quartetto Italiano. Ma non si è accontentato di suonare. La passione per la musica, che gli ha riempito la vita, non l’ha tenuta per sé, ha cercato di trasmetterla. Era convinto che non si potesse non amarla. Il problema era farla conoscere, diffonderne l’ascolto e la pratica. E Farulli ha trovato i modi per portare la musica là dove di solito non arriva. Era il ’78: ha progettato la Scuola e messo insieme le risorse per aprirla. E a Fiesole ha dato tutto se stesso: l’insegnamento, finché le forze glielo hanno permesso, e tanti  quartetti d’archi sono nati dai suoi corsi, ma soprattutto una lezione di rigore, di severità.

Ore e ore di studio quotidiano, capacità di ascoltarsi e di correggersi, ricerca continua. C’è una foto di Piero Farulli che suona con i teenager dell’Orchestra dei ragazzi. Si legge la tensione nel suo sguardo, come in quello dei ragazzi. Era quello che voleva: rendere consapevoli che la musica esige una tensione senza tregua. La stessa tensione che traspare nelle foto del Quartetto Italiano in concerto. Con Paolo Borciani, Elisa Pegreffi, Franco Rossi, Farulli ha condiviso giornate infinite di studio e di prove. Anni lontani. Ma è in quella storia che affonda le radici la Scuola di Fiesole.

Nell’Italia della ricostruzione materiale e della costruzione della democrazia. Tutti e quattro poco più che ventenni nel ’45, chiamano non a caso “italiano” il loro Quartetto, perché vogliono fare la loro parte nel paese che deve rinascere. E subito, nei programmi, accanto ai classici, ai loro amati Beethoven, Mozart, Schubert, di proposito inseriscono musicisti che il ventennio aveva ignorato. Saranno i primi a far sentire il quartetto di Debussy. E tra i pochi a promuovere la musica contemporanea. E a suonare non solo nelle sale di concerto ma anche là dove la musica non si era mai fatta, Case del Popolo, librerie comunali, scuole, palestre, in periferia, nei quartieri operai: è la breve straordinaria esperienza che il Quartetto Italiano condividerà tra gli anni Sessanta e Settanta con Maurizio Pollini, Claudio Abbado e pochi altri. Che andranno a suonare, con il Trio di Trieste, con Salvatore Accardo, alla Scala in concerti pomeridiani promossi con i sindacati per i lavoratori e gli studenti. Ecco le radici di Fiesole.

“Umanità e impegno civile”, sono le parole che ha usato il presidente Napolitano nel messaggio di cordoglio per indicare le doti di Piero Farulli. Sono quelle parole che possono farci capire Fiesole, che è molto più di un progetto culturale. Disegno sociale, anzi politico. Come politico era il progetto dei quattro che si misero a suonare Beethoven tra le macerie. Forse è dall’Italia di Farulli e del Quartetto Italiano che dovremmo ripartire.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE