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Adalberto Minucci, un giornalista (e dirigente di partito) che non ha mai abbassato l’orizzonte dello sguardo

 

di Daniela Preziosi e Andrea Fabozzi
Se n’è andato con discrezione, la stessa con cui ha vissuto Adalberto Minucci, ottant’anni a cavallo di due secoli, da qualche tempo – ma solo da qualche tempo – fiaccato dalla malattia. Se n’è andato uno degli ultimi berlingueriani veri, lui che per oltre un decennio è stato stretto collaboratore del segretario della questione morale e dell’austerità. E per capire quanto quella collaborazione fosse un approdo naturale della sua vita di comunista intelligente e misurato, bastava conoscerlo, parlare con lui e con sua moglie, Lucetta, figlia di Celeste Negarville, antifascista e deputato alla Costituente, direttore dell’Unità, sindaco di Torino e sceneggiatore di Roma Città Aperta, solo per dire che aria si respira nella casa dell’Aventino, Picasso alle pareti, dono del maestro. Lo ha raccontato il 28 settembre Federico Orlando su Europa, ricordando di quando lui, giornalista, deputato e intellettuale liberale, aveva ricevuto la proposta della nota politica settimanale nel giornale dei comunisti Minucci e Diego Novelli.

Adalberto è stato insieme un dirigente di partito e un giornalista, cosa improponibile in questo secolo, almeno nella forma leale ed esplicita che usava nella sinistra del Novecento. La sua vita, i suoi racconti, hanno aiutato molti di noi a capire cosa ha significato dopo la guerra essere giornalista e comunista, insieme e in quest’ordine. Nato a Magliano e cresciuto nella Grosseto di Luciano Bianciardi, con Carlo Cassolo prima maestri e poi amici, giovanissimo iscritto al Pci, cronista della “Gazzetta di Livorno”, approda all’Unità piemontese nel 1954, quella con Luciano Barca e Diego Novelli, poi sindaco di Torino, amico e sodale fino all’ultimo. A Torino si innamora della Fiat, sulla quale scrive, cronaca dopo cronaca, un’inchiesta sulla condizione operaia nel momento cruciale per la fabbrica e per la città, la sconfitta della Fiom alle elezioni delle Commissioni interne nel 1955. Un lavoro tutto da rileggere, per un cronista di oggi. Inchiesta e politica per lui sono la stessa cosa. Di qui infatti Adalberto diventa responsabile del Pci a Torino e in Piemonte. Negli anni Settanta approda a Roma per dirigere il settimanale “Rinascita” del periodo del rapimento di Moro, sul quale non smetterà mai di interrogarsi. Entra nella segreteria nazionale come responsabile della cultura, diventa poi deputato e senatore.
Quando il Pci scompare, l’Adalberto politico rimpiange, quello giornalista non molla. Diventa direttore della nuova Rinascita della sinistra, poi rileva e rifonda Avvenimenti, con Diego Novelli.
Con molti colleghi della nostra generazione, abbiamo conosciuto questo Minucci, quello del nuovo secolo. Ascoltavamo i suoi racconti di Berlinguer, dei dirigenti politici che aveva allevato, di quel giovane imprenditore che arrivò a Botteghe Oscure con il cappello in mano, si chiamava Berlusconi. Ma la sua vera lezione, per noi, era l’Adalberto grande anche nel piccolo, e cioè direttore di giornali piccoli, vicini a piccoli partiti, litigiosi, rancorosi, inadatti alla sua natura e formazione, come ancora ha scritto Federico Orlando.
Nonostante la lunga militanza politica e giornalistica, faceva fatica ad attribuire ad altri cattivi pensieri. Lui non ne faceva, né si persuadeva che gli altri potessero fare diversamente. A noi redattori sembrava un difetto, un’ingenuità poco adatta al dirigente che era stato. E invece era un insegnamento: ci insegnava a sforzarci di essere migliori, a volare più alto, a non adattarci alla mediocrità che talvolta si incontra nei partiti e nelle redazioni. Non ha mai abbassato l’orizzonte dello sguardo: finché gli è stato possibile, non ha mai smesso di rileggere su Marx, anche quando le vicende politiche coeve consigliavano piuttosto Molière. Ben prima di questi giorni e fin quasi all’ultimo ha studiato la crisi e la previsione che ne aveva fatto Karl Marx
E quella sua fiducia nelle persone non era ingenuità, come sembrava a noi, ma l’ottimismo della ricerca che lui conduceva, con il suo Marx – per esempio quello della Guerra civile in Francia, ma di tante opere – secondo cui «gli operai dovevano soltanto liberare gli elementi della nuova società dei quali è gravida la vecchia e cadente società borghese». Questo è il compito della rivoluzione per Marx, e così faceva Adalberto, figlio di quella scuola: nei tempi cupi del berlusconismo invincibile, cercava sempre, appunto con Marx, di indovinare e interpretare i segni di un mondo nuovo. Da questa sua fiducia, certo, e dall’inestinguibile serenità che può dare una famiglia come quella che, con Lucetta, si era saputo costruire, derivava quel suo bel sorriso e quel modo «accogliente», così lo ha definito Walter Veltroni sull’Unità, di farti sentire a casa anche nel dissenso. Merce rara, nei partiti e nel giornalismo di tutti i tempi.

(da domenica Adalberto Minucci riposerà nella sua Magliano in Toscana)

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