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Russia: Pussy Riot sotto processo

 

Amnesty International ha lanciato sul proprio sito un appello al capo della Procura di Mosca per chiedere la scarcerazione immediata di Maria Alekhina, Ekaterina Samutsevich e Nadezhda Tolokonnikova, le tre componenti del gruppo punk Pussy Riot sotto processo a Mosca per il  reato di “vandalismo per motivi di odio religioso o di ostilità verso un gruppo sociale, pianificato da un gruppo organizzato”, per il quale rischiano fino a 7 anni di carcere, come previsto dall’art. 213.2 del codice penale. La loro storia ha già fatto il giro del mondo. Dopo aver fatto estemporanee esibizioni nella metropolitana, sui tetti degli autobus e nella piazza Rossa, il 21 febbraio le Pussy Riot sono entrate nella Chiesa del Cristo redentore col volto coperto da passamontagna intonando il brano “Vergine Maria liberaci da Putin“. Il testo critica il sostegno dato da alcuni esponenti della Chiesa ortodossa al primo ministro Vladimir Putin e invitava la Vergine Maria a diventare femminista e a cacciare il leader russo. Maria Alekhina e Nadezhda Tolokonnikova erano state arrestate il 4 marzo, Ekaterina Samutsevich il 15 marzo. Nadezhda Tolokonnikova ha ammesso di aver fatto parte del gruppo delle Pussy Riot che aveva svolto la protesta, mentre le altre due negano di essere state presenti.  Il processo non avrebbe dovuto mai iniziare. Le tre ragazze imputate hanno esercitato il loro diritto alla libertà di espressione. Possono averlo fatto in un modo scomposto e, per alcuni, anche blasfemo od offensivo (peraltro, ai fedeli è stato chiesto scusa). Tuttavia, numerose interpretazioni e sentenze di organi di giustizia internazionali hanno detto con chiarezza che la tutela del diritto alla libertà d’espressione si estende anche a contenuti ritenute sgradevoli o impopolari. Invece, il processo si è aperto il 30 luglio, in un clima di profondo pregiudizio nei confronti delle imputate, alimentato nei mesi precedenti da dichiarazioni di esponenti della politica e della Chiesa ortodossa riprese in modo massiccio dai mezzi d’informazione. Persino l’acquisizione dei materiali d’accusa (3000 pagine e 10 ore di filmati) è stato ostacolato: a disposizione per un massimo di quattro ore al giorno, senza fotocopiatrici a disposizione.

Del resto, le Pussy Riot hanno osato sfidare i due pilastri del potere russo: la Chiesa ortodossa e il Cremlino. Il patriarca Cirillo ci è andato giù duro, accusando la banda punk di sacrilegio. L’addetto stampa di Putin, subito dopo la performance del 21 febbraio, annunciò che la vicenda sarebbe stata seguita “con tutte le conseguenze necessarie”. La magistratura ha costantemente negato la concessione della libertà provvisoria, poiché a suo dire il “reato” è così grave che, se scarcerate, le tre donne potrebbero entrare in latitanza. Difficile, considerando anche il fatto che due delle tre ragazze sono madri di bambini piccoli.  Non si era mai vista, nella storia della Russia, una vicenda giudiziaria spaccare così tanto il paese ed è paradossale che a ottenere questo risultato sia stata una punk band. A fronte dell’accanimento politico-giudiziario-religioso contro le tre detenute, gli arrestati di solidarietà e gli appelli per la scarcerazione sono numerosi. Sul fronte istituzionale, il ministro della Giustizia, il presidente della Camera alta del parlamento e quello del Consiglio presidenziale per i diritti umani hanno espresso critiche alla decisione di imprigionare e processare le tre ragazze.  Il 20 giugno, oltre 100 fedeli ortodossi hanno scritto al patriarca Cirillo invocando la sua clemenza. Il rappresentante ufficiale del patriarca ha fatto sapere che non poteva rispondere in quanto la lettera non era stata inviata direttamente a lui ma pubblicata sui media. Il 27 giugno i media russi hanno pubblicato una lettera aperta firmata da oltre 200 rappresentanti di spicco della cultura nazionale. La Corte suprema, uno dei due destinatari della richiesta di scarcerazione delle Pussy Riot, l’ha rimandata indietro col pretesto che solo due dei firmatari avevano apposto la loro firma olografa. La mobilitazione è allora andata online sul sito dell’Eco di Mosca. A metà luglio aveva raggiunto oltre 40.000 adesioni.

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