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La rivoluzione della Rai dei tecnici*

 

Non so come sia stato accolto nelle redazioni di Saxa Rubra l’auspicio espresso l’altro giorno in un’intervista all’Avvenire dalla neoconsigliera di amministrazione Luisa Todini, anche se penso che in molti abbiano fatto spallucce. Ma l’idea di un telegiornale unico non solo non merita di essere liquidata come una provocazione eretica ma coglie due problemi che hanno pesato come macigni su viale Mazzini: il rapporto con la politica e la complessità organizzativa dell’azienda.

Da molti anni sostengo che se la Rai continuerà a restare uguale a se stessa non farà molta strada in un mercato dove la dirompente evoluzione tecnologica cambia i gusti del pubblico e le stesse modalità di fruizione dell’offerta. La nuova circolarità dell’informazione, l’irruzione travolgente di notizie e opinioni sulla rete, l’ingresso di nuovi editori nell’etere (e il riferimento non è solo a Sky) hanno di fatto rotto quel duopolio perfetto sul quale Rai e Mediaset hanno costruito fortune e leadership. Tempestività nelle decisioni, efficienza nella realizzazione dei progetti, efficacia dei risultati sono obiettivi che sarà però possibile raggiungere solo se si inciderà significativamente sull’assetto organizzativo aziendale.
Faccio solo un esempio: mentre alla Bbc i primi riporti dal direttore generale (cioè i cosiddetti top manager) sono non più di una dozzina, in Rai credo che oggi siano circa cinquanta, titolari di deleghe e procure che spesso confliggono tra di loro, situazione che a volte ha dato vita a feudi personali impenetrabili e che ha comunque reso sempre difficile il gioco di squadra. In ogni caso è la semplificazione organizzativa e la sburocratizzazione dei processi che determinano significativi abbattimenti dei costi.

È, quindi, anche in questo contesto che l’auspicio della Todini deve essere valutato con attenzione. Del resto, come spesso avviene, la situazione italiana è del tutto anomala e per capire quanto sia urgente e opportuna una profonda riorganizzazione del settore informativo è sufficiente vedere come sono organizzate le testate giornalistiche nei principali servizi pubblici europei: una sola direzione dei servizi giornalistici alla Bbc, tre a France Television, due in Germania tra Zdf e Aed, due alla spagnola Tve. Noi italiani, che siamo un popolo generoso e che non badiamo a spese, non possiamo invece fare a meno di undici testate con relative direzioni e redazioni: Tg1, Tg2, Tg3, Gr, Tgr, Gr parlamento, Tribune e servizi parlamentari, Rai Internazionale, Televideo, Rainews, Raisport.

So già che in molti diranno: è il pluralismo bellezza! Ma via, siamo seri. È solo il risultato del rapporto insano con i partiti che ha caratterizzato il servizio pubblico radiotelevisivo nel nostro paese che ha determinato e continua a determinare anche significativi costi non più sopportabili nell’attuale contingenza economicofinanziaria.
Eppure progetti di accorpamento negli anni ne sono stati fatti (Tg3 con Tgr, Rainews con Televideo, Gr parlamento con Tribune parlamentari eccetera). Tutti, però, sono miseramente abortiti perché toglievano lotti alla politica. Tutti tranne uno: l’unificazione sotto un’unica direzione di Gr1, Gr2 e Gr3. Fu il cosiddetto consiglio dei Professori a realizzarla affidando la direzione a un professionista come Livio Zanetti. Era il marzo del 1994. Sono trascorsi diciotto anni e non mi sembra che il pluralismo ne sia rimasto ferito. Anche allora Claudio Demattè presidente, Gianni Locatelli direttore generale, Pierluigi Celli direttore del personale vennero definiti dei marziani perché digiuni di televisione.
Ma gli “alieni”, come ho già scritto su questo giornale, sono utili a un’azienda che è sempre stata pigra e diffidente nei confronti dei processi di rinnovamento perché possono determinare una positiva discontinuità con il passato e prefigurare il futuro. Sulla necessità di ridefinire l’offerta informativa sono in molti ad essere d’accordo (anche il sindacato dei giornalisti si è espresso più volte in tal senso).

Immaginare anche l’unificazione di Tg1, Tg2 e Tg3, differenziandone la linea solo sulla base della coerenza editoriale con le reti dove vengono trasmessi e non per differenti “ispirazioni” politico-culturali, non è dunque un’eresia ma una positiva rivoluzione.

*tratto da Europa

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