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Giuseppe Chiarante o della moralità politica

 

Parlare di “moralità politica” potrebbe sembrare un paradosso, una sorta di ossimoro, eppure la vicenda biografica di alcuni personaggi della sinistra italiana sembra tale da andare oltre quel paradosso, quell’ossimoro e testimoniare, invece, la praticabilità di un rapporto positivo tra morale e politica. Uno di questi personaggi (e tra i più illustri), Giuseppe Chiarante, ci ha lasciati nelle ultime ore.
L’etica della responsabilità, che consiste anche nel saper essere coerenti con se stessi e con le proprie idee, segna fin dall’inizio il percorso politico di Chiarante, quando, lui “dossettiano” e con altri fondatore della corrente di “Base”, rompe con la DC di Amintore Fanfani per accostarsi a  quel PCI, in cui il dibattito teorico sui rapporti tra comunismo e cattolicesimo, già vivo negli anni pre-Concilio Vaticano II anche per effetto di una politica togliattiana tesa a favorire l’incontro tra masse comuniste, socialiste e cattoliche, troverà nuovo impulso col pontificato di Giovanni XXIII. In quel contesto, il punto di riferimento non poteva non essere Franco Rodano, insieme col quale  Chiarante fonderà la rivista “Il dibattito politico”.

Nel PCI di Enrico Berlinguer fece parte della segreteria nazionale e fu tra i massimi interpreti della strategia e della politica del “compromesso storico”, contribuendo, anche nella veste di direttore del settimanale “Rinascita”, ad elaborare le basi teoriche sulle quali quella strategia e quella politica si sarebbero dovute sviluppare.
Ma una vera e propria “stella polare” nell’impegno politico di Giuseppe Chiarante è stata la Costituzione della Repubblica, il cui profondo e originale valore democratico ha costituito per lunghi anni il motivo delle sue lotte e del suo lavoro di dirigente del partito e di parlamentare. Come responsabile delle politiche per la scuola e, successivamente, di quelle per la cultura è stato protagonista di stagioni e di battaglie memorabili per una scuola pubblica democratica e laica, per la difesa e la valorizzazione del patrimonio culturale italiano, inteso questo nel suo significato più ampio e profondo.

Venne, poi, il “dopo ‘89”, con la svolta occhettiana ed il superamento del PCI. A quella svolta, pur senza aderire a scelte scissioniste, Chiarante si oppose con ferma determinazione: non certo in nome di richiami nostalgici, che non erano affatto nelle sue corde, ma perché contestava l’improvvisazione e la superficialità di quella svolta. Ancora una volta, a distanza di quasi quarant’anni dalla rottura giovanile con la DC, di fronte ad una contingenza drammatica, Giuseppe Chiarante faceva prevalere su ogni altra considerazione la sua concezione severa della politica: il ragionamento pacato, ma stringente; il rigore dell’analisi; la coerenza delle scelte.

Ecco, in questo sta l’eredità più preziosa che ci lascia Giuseppe Chiarante, testimone e protagonista di una singolarissima e originale storia di tanta parte della sinistra italiana dal secondo dopoguerra a tutti gli anni ’80: etica e politica non necessariamente configgono; anzi, farle camminare a braccetto può rappresentare quasi una rivoluzione.

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