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Speciale terremoto – Il campo autogestito, microcosmo sociale come cinquant’anni fa

 

di Maria Ferdinanda Piva
Come si vive in una tendopoli autogestita dai senzatetto? Stringi stringi, viene a crearsi un microcosmo sociale analogo a quello delle grandi cascine emiliane di cinquant’anni fa (ma non ci sono tetti, mobili ed edifici di mattoni), nel quale riemergono abitudini e relazioni che l’individualismo ha sepolto da decenni.

La risposta, almeno, vale per il campo di Sant’Antonio in Mercadello, frazione di Novi di Modena, che per una notte ha dato ospitalità in tenda agli inviati di Informare per Resistere.

Sant’Antonio è uno di quei paesini in cui non si vedono macerie ma quasi tutti gli edifici sono inagibili. La tendopoli autogestita è nel campo da calcio adiacente alla chiesa: il Comune, mi hanno raccontato, ha aperto il cancello subito dopo il terremoto e la gente è affluita in massa. Dei 900 abitanti della frazione, all’inizio circa 500 si sono rifugiati lì.

Adesso resta una quarantina di tende, disposte a “L” attorno al terreno di gioco. L’altro lato lungo, che confina con la chiesa, serve come parcheggio; sull’altro lato breve sorgono gli spogliatoi in muratura (rimasti agibili) che fungono da servizi igienici per tutti e a qualche distanza, sotto un gazebo, ci sono cucina da campo e magazzini. Grazie agli impianti del campo sportivo non mancano nè illuminazione nè elettricità: forno, ventilatori per le cuoche (col caldo che fa!), lavatrici.

Un cartello appeso fuori dal cancello avverte che i pasti vengono serviti solo a coloro che fanno parte del campo. L’ingresso non è presidiato, nessuno (al contrario delle tendopoli della protezione civile) ti chiede i documenti, anche se viene istintivo fermarsi e chiedere permesso: comunque è vicino alla cucina, dove c’è sempre qualcuno in grado di tenere la situazione sott’occhio. Non ci sono le ronde ad intervalli ravvicinati che caratterizzano i campi della protezione civile, ma ogni tanto – più spesso di notte – entra un’auto dei carabinieri.

L’unico cartello vagamente intimidatorio è nei bagni: avverte di non buttare negli scarichi assorbenti e quantità esagerate di carta igienica. Per il resto, l’atmosfera è assolutamente cordiale.

Di giorno, tranne che all’orario dei pasti, sono ammessi i cani (banditi invece, salvo eccezioni, dalle tendopoli della protezione civile), che sono tenuti al guinzaglio dei padroni; i ragazzini, solleone permettendo, hanno tutta l’area al centro del campo da calcio per giocare e correre dietro al pallone (ci sarà anche tanto spazio, ma non li ho mai sentiti disturbare); non ho visto animatori ma su di loro esercitano una sorta di sorveglianza collettiva madri, zie e tutti quanti, come succedeva qualche decennio fa, quando i ragazzini non stavano in casa ma giocavano in gruppo nelle strade e nei cortili.

Abitano al campo un paio di famiglie nordafricane che hanno bambini piccoli o addirittura neonati (mai sentiti piangere e le pareti delle tende sono sottili: chissà come fanno le madri ad evitare che strillino di notte); mature italiane li fanno addormentare portandoli avanti e indietro nel passeggino e, quando ne hanno uno un braccio, si rivolgono a lui con l’emilianissimo vezzeggiativo nani.

Gli anziani, la sera, si radunano accanto all’unico televisore e chiacchierano o commentano i programmi: come quando le scatole catodiche non erano ancora in tutte le case e si andava al bar per vedere Lascia o raddoppia. Di giorno, officia ai fornelli – aiutata dalle altre donne – una signora che porta un grembiule da cucina annodato attorno agli ampi fianchi e che sembra in tutto e per tutto una risdura, il capo delle donne nelle cascine emiliane di una volta.

Ma non è un idillio, sia chiaro, anche se il terremoto ha creato legami e spazzato via – per una volta – la vita atomizzata che è la regola nella cosiddetta modernità. Non è un idillio perchè la vita nei campi è scomoda – il caldo, le zanzare, le tende, le brande, la convivenza comunque forzata… – e perchè il domani è incerto e le ferite del terremoto ci sono ancora tutte: si riaprono appena viene pronunciata la parola “casa”.

Tratto da http://www.informarexresistere.fr

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