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Europei: patatrac Italia ma anche lealtà e orgoglio di appartenenza

 

“Vinca il migliore !? Sperem de no!” Così, con l’arguzia che lo contraddistingueva, il grande Nereo Rocco rispondeva a chi gli rivolgeva la rituale frase che accompagna la vigilia di ogni evento sportivo, di ogni partita. Lui, il “paron”, abituato da sempre a fare i conti con le piccole – e spesso povere – squadre  che gli toccava allenare (prima del grande Milan)…
scaramanticamente cercava così di infrangere un luogo comune, una frase fatta, insomma di dare carica e chance a Davide contro Golia.
A quelle parole, così piene di saggezza popolare e di neanche tanto velata ironia, deve aver pensato Cesare Prandelli alla vigilia di Italia-Spagna. In un campionato europeo mai come questa volta carico di “rimandi” e incroci storici, politici ed economico-finanziari la nostra (povera) Italia ha tirato fuori l’orgoglio, la capacita’ e la voglia di reagire ai risultati negativi (l’ultimo,lo 0-3 con la Russia), alla scarsa considerazione (coi grandi club che hanno negato al Commissario tecnico il prestito dei giocatori per un paio di stage di allenamento) e-perche’ no- al deficit di passione (coi tifosi delusi e -per la crisi- sempre in minoranza negli stadi di Polonia e Ucraina). Invece e’ stato proprio il calcio a dare il…segnale di riscossa al Paese, a marcare la volonta’ e la capacita’ di “svoltare” rispetto a un passato (politico e sportivo) di grandi difficolta’ e di nessuna rappresentativita’. Fermata la Spagna sul pareggio, poi la vittoria sull’Irlanda del Trap, quindi  Prandelli che batte Low a Kiev, anticipando la ben piu’ sonora sconfitta della Merkel al vertice europe di Bruxelles (2-0 x Monti!). E poi l’Italia del pallone che si riconosce nel suo Presidente: ecco Napolitano negli spogliatoi che abbraccia quel “ragazzaccio” di capitan Buffon, vero e proprio scugnizzo dal cuore d’oro, ma con qualche marachella (e qualche frase) da farsi perdonare. Volete mettere poi il tricolore e l’inno che fanno battere il cuore (e piangere dopo la sconfitta di ieri sera) il “bad boy” Mario Balotelli, icona di quel genio e sregolatezza tutto italiano, lui che ha dovuto aspettare i 18anni per vedersi riconosciuta quella cittadinanza che l’affetto e l’abbraccio per mamma Silvia ha sottolineato con grande emozione. Come sono sembrate vuote, stonate, le parole e gli slogan secessionisti del neo-segretario della Lega, Maroni proprio mentre le piazze del Nord come del Sud si riempivano di giovani e di tifosi di ogni eta’ che -grazie anche al calcio- si ritrovavano uniti nello sbandierare quel tricolore che e’ simbolo di un’unita’ nazionale mai fortemente sentita come in questo momento. Significativa poi la presenza del nostro Premier sulle tribune di Kiev: sia per smentire quei gossip che l’accreditavano di grande freddezza verso il calcio (ricordate la frase, dopo lo scoppio dello scandalo-scommesse:”bisognerebbe fermare il calcio per un paio d’anni!”) e di scarso tifo verso la Nazionale, sia per testimoniare l’impegno nella vicenda dell’ex premier ucraina Yulia Tymoshenko (Monti e il premier spagnolo Rajoy hanno chiesto di poterla visitare in carcere).    Insomma il patatrac in campo (con la quaterna di gol inflittaci da una super-Spagna) non puo’ cancellare l’immagine complessiva di una Nazionale e di un calcio che mai come in quest’occasione non e’ stato “l’oppio dei popoli”, ma anzi lo specchio fedele dei  valori piu’ profondi della nostra democrazia che neanche la crisi ha cancellato: solidarieta’ (gran parte dei premi agli azzurri andranno ai terremotati dell’Emilia), integrazione (non dimentichiamo che oltre Mario Balotelli fra i convocati  c’era il torinista Ogbonna) lealta’ (basti pensare all’esempio e al codice etico del ct Prandelli) e orgoglio di appartenenza a questa Italia che sapra’ trovare gli uomini, le forze e le risorse per rialzarsi e non finire fra gli ultimi; ma -almeno- seconda come agli Europei.

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