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Politica e concorso esterno in associazione mafiosa, ex assessore torna sotto processo

 

Pregavano a Marsala. Ad ogni udienza del processo che si svolgeva a Palermo contro l’ex assessore regionale alla presidenza David Costa, c’era un gruppo di ferventi cattolici, quasi tutte donne, che si riuniva in una chiesa di Marsala e pregavano, pregavano tanto per quel “figliol prodigo”, finito sotto accusa, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. David Costa era stato un enfant prodige della politica siciliana, marsalese, figlio di  Enzo Costa  deputato regionale del Psdi e assessore regionale. Quando Costa senior si ritirò, lasciò il seggio al figlio che scelse però il Ccd e l’alleanza di ferro con una coppia inossidabile della politica siciliana targata Dc, Totò Cuffaro a Palermo e Pino Giammarinaro. Giovanissimo entrò a far parte del governo regionale, ne uscì nel 2005 dapprima per un avviso di garanzia e poi per l’arresto che avvenne nel novembre dello stesso anno. In primo grado scelse di essere processato con il rito abbreviato e a conclusione di questo dibattimento il giudice Pappalardo lo ha assolto, e quel giorno suonarono a lungo le campane della chiesa dove erano state fatte salire in cielo le preghiere per quel politico; anche in appello i giudici confermarono l’assoluzione. Ma in questi giorni che le campane sono rimaste ferme, in coincidenza della pronuncia della Cassazione: i giudici della massima corte che hanno discusso il ricorso della Procura generale di Palermo contro l’assoluzione hanno deciso di “stracciare” le due sentenze, assoluzione revocata e restituzione del processo al secondo grado di giudizio. In sostanza il processo di appello contro l’ex deputato David Costa va ripetuto, con l’accusa di sempre, concorso esterno in associazione mafiosa.

Le accuse. Le accuse per l’ex assessore regionale riguardano la sua (presunta) disponibilità con l’organizzazione mafiosa che è poi quella che è la più vicina all’attuale capo della mafia trapanese, il latitante Matteo Messina Denaro. I magistrati della Dda di Palermo (le indagini furono coordinate dai pm Massimo Russo e Roberto Piscitello, oggi oramai non più in Procura, il primo è assessore regionale alla Sanità, Piscitello è stato affianco al ministro Alfano, direttore di dipartimento al ministero di Grazia e Giustizia e oggi è direttore al Dap) contestarono all’on. Costa precise responsabilità: la mafia marsalese si sarebbe presa molta cura delle sue campagne elettorali, l’on. Costa dal canto suo avrebbe utilizzato la propria carica politica per convincere i vertici del Banco di Sicilia a risolvere una pendenza con un soggetto “raccomandato” dalla mafia, per agevolare un finanziamento ad una cooperativa agricola, per trovare una occupazione a soggetti “segnalati” ancora da Cosa nostra, come alla figlia di un boss di Castellammare del Golfo, e anche ad un noto capo mafia marsalese, ma l’apice dell’accordo con la mafia Costa l’avrebbe raggiunto impedendo nelle elezioni amministrative a Marsala dei primi anni del 2000 la candidatura a sindaco del senatore socialista Pietro Pizzo, garantendo alla mafia ogni appoggio a proposito di appalti.

Il processo. Durante il processo è emersa la circostanza che in un caso addirittura David Costa avrebbe incontrato un boss latitante, Natale Bonafede, circostanza rivelata da un medico che poi però ha ritrattato una volta chiamato a deporre. La circostanza però è rimasta scritta nera su bianco. A favore di Costa l’assoluzione del personaggio che secondo la Dda di Palermo avrebbe garantito i collegamenti con la mafia, Davide Mannirà, ma anche in questo caso le accuse sono rimaste molto circostanziate, insomma quei contatti con la mafia ci sarebbero davvero stati. Oggi la Cassazione cancella le due assoluzioni e dispone che il processo di appello contro l’ex assessore regionale David Costa venga ripetuto. Non è “punciutu” ma con Cosa nostra avrebbe fatto precise alleanze.

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