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Non è risparmio togliere i giornali a Montecitorio

 

Lunedì scorso, in 20 righe pubblicate dalla Stampa a pagina 11, ho appreso che la sala stampa dei giornalisti e la sala di lettura dei deputati, a Montecitorio, dopo essere state private delle rassegne stampa cartacee, lo saranno anche dei giornali nazionali e delle varie regioni o provincie italiane, di cui i deputati sono (o dovrebbero essere) rappresentanti. Ai tavoli dove oggi quei giornali vengono letti ci saranno solo computer attraverso cui, in abbonamento, i deputati potranno collegarsi on line coi giornali cui sono interessati. Il giudizio della Stampa è che questa non è una buona notizia, sia perché priva una delle massime istituzioni del supporto non secondario, anche in tempo di internet, della carta stampata, sia perché, come pare si ammetta ai piani alti della Camera, il risparmio è puramente simbolico. Voi che ne pensate?
Matteo Dall’Oglio, Torino

La stessa cosa, caro Dall’Oglio. Pudicizie come queste, quand’ero ragazzo, nel mio paese selvaggio e barbaro si chiamavano “lo scrupolo della p.”, con riferimento a quelle donnine che battevano la strada ma erano attente a non mostrare scollature abbondanti. Avrei una soluzione pratica da consigliare a questori e capigruppo di Montecitorio: se la Camera vuol fare questo risparmio, ancorché simbolico, dividano il costo degli abbonamenti ad agenzie e giornali per 630 (il numero dei deputati) e detraggano dai loro stipendi la somma modestissima per conservare l’informazione cartacea. Specie quella di provincia, perché il deputato, anche se non più eletto ma nominato dal principe, è sempre il rappresentante della comunità locale, e deve conoscerne la vita quotidiana in tempo reale. Per fortuna, della riforma elettorale e dei veri costi della politica si sta parlando, anche per impulso del capo dello stato, in termini stringenti, almeno per quanto riguarda i tagli delle retribuzioni, i parchi macchina, i portaborse, e speriamo le burocrazie parlamentari, dai vertici ai commessi. E mi auguro che poi si passi ai grandissimi sprechi, che l’opinione pubblica avverte meno, forse perché ci si diverte meno se oggetto delle nostre lepidezze non siano senatori e deputati; o forse perché toccando enormi fasce di parassitismo (si pensi ai “forestali” della regione Calabria) ne andrebbe degli equilibri di centinaia di migliaia di famiglie. Non dimentiche che per 50 anni abbiamo scambiato l’assistenzialismo elemosiniero per politica sociale. Ricordo che quando si decise di attuare le Regioni, il segretario del mio partito Malagodi, che fece di tutto per ritardarle il più possibile, diceva che le regioni avrebbero moltiplicato per 20 le magagne e le burocrazie dello Stato, le mariuolerie degli apparati e dei politici. Il centro studi giuridico-economici Torino Eutekne ha comunicato che la spesa per beni e servizi è stata l’anno scorso di 62,5 miliardi, e di questi l’82 per cento è di Regioni ed enti locali, con incrementi in termini reali di 124 miliardi rispetto al 2000. Le manovre del 2011 li “ridurranno” a 109 miliardi fra due anni. Da tempo mi sono convinto che aveva ragione non solo Malagodi ma anche e di più chi proponeva di ridisegnare la cartina geografica delle regioni, come aveva fatto la Francia. Oggi qualcuno propone di concentrarle razionalmente in non più di sette. (Quando ero deputato proposi di fare una Regione Adriatica che assorbisse Marche,Abruzzo e Molise, ma ne fui energicamente sconsigliato). Vedo però che la Germania, coi suoi 80 milioni di abitanti, di regioni ne ha 16 contro le nostre 20, e che la più importante, Nord Reno-Westfalia, ha 18 milioni di abitanti contro i 10 della nostra Lombardia. E’ per queste cose che passa l’ammodernamento del Paese, è qui che intanto bisogna fare i tagli miliardari. E per dare lavoro e produrre opere pubbliche al servizio delle comunità e dello sviluppo la via più rapida è riprogrammare coi fondi europei le più importanti opere iniziate e non finite, di cui proprio il suo giornale ha pubblicato la mappa: per dire, 179 in Sicilia, 44 in Calabria, 22 in Campania, 18 in Abruzzo, 17 in Sardegna, 13 nel Lazio, 12 in Lombardia, 10 in Basilicata e via diminuendo in tutte le altre regioni, nessuna esclusa. Sono cose che si sanno. La l’opinione pubblica, i partiti, i governi che si sono succeduti, quel milione di connazionali che vive di stipendi politici, fanno finta di non sapere che l’Italia è il paese dello sperpero e che senza uscita dallo sperpero non c’è uscita dalla crisi. Altro che giornali e agenzie nella sala stampa di Montecitorio. Federico Orlando

* Pubblicato su Europa Quotidiano

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