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Emanuela Orlandi, il fratello: «Chi sa parli»

 

I familiari della ragazza: «abbiamo fiducia nelle parole del procuratore Pignatone e non smetteremo di cercare la verità»
di Norma Ferrara
Tante piste di indagine, troppe, da non riuscire più a distinguere i fatti. E poi come spesso accade in Italia, depistaggi o ricostruzioni fantasiose, hanno fatto il resto. Questo il destino riservato anche al caso di Emanuela Orlandi, giovane ragazza scomparsa dal 22 giugno del 1983 a Roma, vicino alla chiesa Sant’Apollinare. Stanchi di silenzi, depistaggi, mezze verità, quasi trent’anni dopo, nell’ottobre scorso i familiari hanno lanciato una raccolta firme per sollecitare le indagini sul caso «che ha raccolto il sostegno  di 76.000 persone conferma il fratello di Emanuela, Pietro Orlandi – perché gli italiani sono stufi di mezze verità, di storie sospese, di non sapere».  E poi il colpo di scena solo due giorni fa. Dalla procura di Roma trapelano alcune notizie: “in Vaticano qualcuno sa”. Insieme a questa accusa rivolta all’Oltretevere anche un’altra informazione: “la tomba del boss della Magliana, Enrico De Pedis non verrà aperta”, un mistero, quello della sepoltura del boss della Magliana nella chiesa di Sant’Apollinare, che riguarda da vicino anche la scomparsa di Emanuela.  In meno di 24 ore la risposta del procuratore capo, Giuseppe Pignatone, che prende in mano il coordinamento dell’inchiesta e mette a tacere tutti, lasciando aperte varie ipotesi, compresa la riapertura della tomba.

Solo alcuni giorni fa, Walter Veltroni, componente della Commissione antimafia in quota Pd, ha posto una serie di interrogativi al ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, proprio sull’inopportunità di quella sepoltura e anche su alcune presunte irregolarità che sarebbero state commesse per consentirlo. Queste ultime, confermate nelle risposte della Cancellieri. Su queste vicende abbiamo sentito il fratello di Emanuela Orlandi, Pietro, che quest’anno ha portato alla Giornata della Memoria e dell’Impegno in memoria delle vittime delle mafie, a Genova, questa storia e i suoi misteri, chiedendo che venga fatta “verità e giustizia”.

 Sono indagini che procedono a singhiozzo da 29 anni quelle che riguardano la scomparsa di Emanuela. Che impressione avete avuto dalle ultime notizie apparse sulla stampa?

Siamo rimasti un po’ stupiti da quello che abbiamo letto. Da un lato l’aver detto pubblicamente che in “Vaticano conoscono la verità” ma dall’altro – soprattutto –  dalle affermazioni sul “no” all’apertura della tomba di Enrico De Pedis.  Gli stessi inquirenti, solo un anno fa, hanno fatto fare, sia a noi che ai parenti del boss deceduto, prelievi utili alla comparazione del Dna proprio in vista di questa perizia sulla tomba. Premetto che io non credo che in quella tomba ci possa essere, come qualcuno ipotizza, il corpo di mia sorella, ritengo in ogni caso  sia meglio  non lasciare niente in sospeso. Chiarire tutti gli aspetti di questa inchiesta.

Emanuela scomparve, quel pomeriggio di 29 anni fa, proprio vicino la Chiesa di Sant’Apollinare, e alcuni filoni dell’inchiesta portano alla Banda della Magliana. Che idea vi siete fatti  del silenzio del Vaticano su questa sepoltura del boss De Pedis?

A distanza di tanti anni non sappiamo perché il Vaticano l’abbia avallata. Sono tanti i fedeli indignati per questa scelta, e grazie all’interrogazione al ministro degli Interni, fatta da Walter Veltroni alcuni giorni fa, sappiamo che furono commesse anche alcune irregolarità nel carteggio per le autorizzazioni fra Comune di Roma e Vaticano. Il silenzio che è calato (e continua) sulla scomparsa di mia sorella  ma anche su questa inspiegabile scelta fatta su De Pedis alimenta i sospetti. C’è un groviglio fatto di mafia, massoneria, poteri deviati che ha avuto un peso nell’inchiesta, e forse anche nella scomparsa di mia sorella.  Finchè non si deciderà di fare chiarezza su questo punto, rimangono aperti tanti interrogativi senza risposte. Chi sa parli.

Quella di Emanuela è una vicenda scomoda ancora  dopo 29 anni. E’ notizia di qualche giorno fa che a “seguirvi” durante la manifestazione a Sant’Apollinare ci fossero due uomini della gendarmeria Vaticana, intenti a fotografare la folla …

Hanno scattato delle foto ai manifestanti che erano lì al presidio, alcuni della folla si sono accorti di loro e li hanno segnalati. Sono stati identificati della forze dell’ordine, sono uomini della gendarmeria, per il Vaticano (così hanno fatto sapere) erano lì a controllare che non ci fossero scritte offensive.

Un muro di gomma e tante piste di indagine, ma a suo parere cosa ha ostacolato in questi anni, realmente,  l’inchiesta?

Ci sono una serie di episodi, di alcuni c’è traccia in intercettazioni telefoniche,  che mi hanno fatto capire quanto fondamentale sia stata la mancanza di collaborazione fra magistratura e Vaticano. Questo l’elemento che più di tutti ha giocato a sfavore della ricerca della verità.  In generale, sono state battute così tante piste di indagine da confondere. Basti pensare che  in ogni diversa ipotesi presa in esame c’è qualcosa di vero; questi sembrano chiari segnali di depistaggi.

Come sono i vostri rapporti oggi con il Vaticano, dopo tutti questi anni?

Io ritengo che il Vaticano debba essere il primo interessato a sapere la verità su Emanuela Orlandi perché era una sua cittadina. Ancora oggi mia madre vive in Vaticano, io ci vado spesso. I rapporti con i cittadini vaticani sono cordiali e affettuosi. I dialoghi avuti in questi anni con i rappresentati della Chiesa, quando ci sono stati, mi hanno fatto capire che c’è una parte del Vaticano che vuole la verità sulla scomparsa di Emanuela. La vuole, anche perché, permetterebbe di fare chiarezza al proprio interno. E la petizione che abbiamo lanciato nell’ottobre scorso per chiedere nuovo impulso nelle indagini conferma che altre 76. 000 persone la vogliono. La chiedono perché sono stanchi,  di non sapere a distanza di decenni da tanti fatti, tanti omicidi e stragi, la verità in questo Paese. Sono stanchi di storie sospese.  Quest’anno sono stato a Genova, al fianco di oltre 500 familiari di vittime delle mafie, e con me altri familiari di vittime di illegalità, è stata una esperienza unica che ci ha fatto sentire meno soli e capire che è la storia di molti cittadini che sono in attesa di una verità che tarda ad arrivare.

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