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Assad e la società segreta che si riuniva al caffè

 

di Lorenzo Trombetta
Una giovane attivista siriana cristiana che rivendica il carattere non violento e non confessionale della rivolta in corso nel paese porta con sé una carica rivoluzionaria assai maggiore di cento ribelli armati che chiedono l’instaurazione dello stato islamico nell’eventuale Siria post-Assad.
Per questo, Yara Shammas, 21 anni, arrestata lo scorso 7 marzo a Damasco assieme ad altri nove attivisti del movimento di protesta pacifica, è ancora in carcere. Ed è accusata di «appartenere a una società segreta».

Alla stessa “società segreta”, che si riuniva alla luce del sole nel caffè Ninar di Bab Sharqi, nella città vecchia della capitale, appartenevano quattro altre ragazze, musulmane, tre di loro velate. L’intero gruppo “sovversivo” è stato portato a forza nei locali dei servizi di sicurezza militari di Damasco, ma solo Yara e altri due giovani sono rimasti in cella. Gli altri sei, tra cui le ragazze musulmane, sono stati liberati. Yara è accusata di aver portato “sostegno ai terroristi” di Homs.
Il padre della giovane, Michel Shammas, avvocato per la difesa dei diritti umani, racconta che sua figlia e il suo gruppo erano andati più volte a partecipare ai cortei pacifici della terza città siriana, per portare il loro messaggio di «no al confessionalismo, no alla violenza, sì all’unità della Siria!».

Un regime la cui propaganda si basa sulla teoria del complotto ordito dalle potenze straniere ed eseguito sul terreno da un’orda di fondamentalisti sunniti e terroristi salafiti, non può tollerare che Yara Shammas, cristiana, originaria di un villaggio a ovest di Homs, nella verdeggiante Valle dei cristiani (Wadi an Nasara), diffonda il suo verbo. Per evitare che le minoranze confessionali della Siria si uniscano alla rivoluzione, le autorità di Damasco hanno invece bisogno di dimostrare che si è in lotta con un nemico violento, pronto a tritare i cristiani e gli alawiti e a «darli in pasto ai cani».
L’espressione è presa in prestito da un celebre discorso pronunciato nel luglio 2011 dallo shaykh sunnita Adnan Arur. Il barbuto è di Aleppo ma da anni esiliato in Arabia Saudita. E predica dal pulpito di una televisione satellitare basata in Egitto. I suoi discorsi, all’inizio della rivolta siriana, erano poco ascoltati dalle piazze che scendevano in strada in nome dell'”unità” e della partecipazione di “tutte le comunità”.
Con l’inasprimento della repressione e delle carneficina, e con la conseguente militarizzazione delle proteste, si è assistita a una graduale polarizzazione delle posizioni. E le prediche di Arur hanno guadagnato il favore di più ampi strati di rivoltosi, specie nelle zone rurali e in quelle dove da decenni si abbatte con maggior forza la discriminazione antisunnita portata avanti dal regime, sempre più identificato con la comunità alawita, branca dello sciismo a cui appartengono i clan al potere da più di quarant’anni.
Per il regime le parole di Arur sono una manna dal cielo. E lo sono per tutti coloro che, persino in Italia, sostengono la repressione, nascondendo le loro vere intenzioni dietro lo spettro della “minaccia fondamentalista”. I sermoni dello shaykh, che parla tramite la tv al Safa (la purezza), sono sì atti di terrorismo, ma servono prima di tutto la causa di chi vuole una Siria dominata dal confessionalismo e dalla violenza. E che sa urlare solo lo slogan lealista: «Iddio, la Siria, Bashar e basta!». Il lavoro di Yara e di tanti altri silenziosi e poco noti siriani mina invece le basi su cui si regge la politica del divide et impera degli al Asad.
Ma Yara non è sola. In carcere, in celle sotterranee, dimenticati, alcuni probabilmente già morti, sono già finiti tanti altri attivisti del movimento contro il confessionalismo e la violenza. Tra loro spicca il nome di Ghiyath Matar, giovane studente di Daraya, sobborgo di Damasco.

Arrestato nel settembre 2011, Matar e i suoi compagni fronteggiavano i militari inviati per disperdere i cortei, offrendo loro caraffe d’acqua fresca e rose. Meno di una settimana dopo il suo arresto e poco prima della nascita di sua figlia, il corpo di Matar è stato consegnato alla famiglia senza vita e con evidenti segni di tortura. Matar era stato fermato con Yahya Shurbaji, 32 anni, leader del movimento non violento di Daraya. Laureato in scienze politiche, Shurbaji non era nuovo alle carceri del regime: per il suo ostinato impegno in difesa delle libertà personali, nel 2003, all’età di 24 anni, era stato arrestato e tenuto in isolamento fino alla fine del 2007 nella prigione militare di Saydnaya. La detenzione non lo aveva fatto desistere dai suoi convincimenti e aveva promosso le prime manifestazioni di protesta del marzo 2011. Di lui non si hanno più notizie da sette mesi.
Come non si sa più nulla di Mazen Darwish e di altri sette membri del Centro siriano per i media e la libertà di espressione (Scm). Darwish, giornalista siriano, è il fondatore del Scm e per anni ha documentato le violazioni del regime con l’obiettivo di «costruire una Siria non basata sulla discriminazione confessionale». Darwish e i suoi collaboratori – tutti, tranne una, finiti in manette lo scorso 16 febbraio – sono stati divisi in due gruppi: le donne, tra cui la moglie Yara Bader, sono state interrogate per giorni, poi rimesse in libertà provvisoria e ora di nuovo dietro le sbarre accusate dello stesso crimine imputato a Yara Shammas. Gli uomini rimangono invece nel limbo. L’ultima volta che sono stati visti è stato il giorno dell’arresto, trasferiti nei sotterranei dei servizi di sicurezza dell’aeronautica.
A dieci giorni dalle elezioni legislative, nella Siria delle “riforme” promosse dal presidente Bashar al Assad e dello stato d’emergenza formalmente abolito dopo mezzo secolo, attivisti e dissidenti non violenti continuano a sparire su ordine del regime. Alcuni – per lo più donne – ricompaiono di fronte ai tribunali militari, come Yara Shammas e le collaboratrici di Darwish. Degli uomini, come nel caso dei due ragazzi fermati con la Shammas, si perdono le tracce.

La competenza della magistratura militare sul codice civile era stata riconfermata dai decreti legislativi emendati nell’aprile 2011, solo quattro settimane dopo lo scoppio delle prime proteste e in corrispondenza della cancellazione delle leggi speciali. Quei decreti conferiscono inoltre un potere di fermo di ben due mesi (ma di fatto illimitato, come avveniva prima) alle agenzie di controllo del regime. In tale contesto, quattro studenti dell’università di Damasco sono stati arrestati lunedì scorso a Damasco.
Il loro crimine è quello di essersi riuniti in pubblico mostrando cartelli rossi con una semplice scritta bianca: «Fermate la violenza. Vogliamo costruire una Siria per tutti i siriani». Hanno emulato il gesto di Rima al Dalli, fermata per 48 ore e poi liberata dieci giorni fa per aver fermato il traffico nel centro cittadino, esponendo lo stesso slogan, bianco su rosso. Roba sovversiva. Peggio delle invettive di Arur.

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