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LEENA BEN MHENNI: “Il cambiamento e’ possibile solo attraverso l’informazione libera”

 

È rinviato all’8 marzo il processo a Nasreddine Ben Saida, il direttore del quotidiano di Tunisi “Attounsia” accusato di offesa alla morale pubblica per aver pubblicato un nudo di donna. In sciopero della fame da una settimana, il giornalista rimarrà in libertà vigilata fino alla sentenza del  primo grado di giudizio tunisino.
L’arresto è avvenuto il 15 febbraio scorso, ad appena un anno di distanza dalla pubbliche proclamazioni del premier Mohammed Gannouchi sulla totale libertà di stampa per i media e la chiusura del ministero dell’Informazione, simbolo stesso del controllo dei media in Tunisia.
A che punto è la notte in Tunisia? Si può davvero parlare di libertà di stampa se il direttore di un giornale può essere ancora arrestato per le proprie scelte editoriali?
A rispondere, la blogger tunisina Leena Ben Mhenni, autrice del libro “Tunisian girl”, recentemente pubblicato in italia da Alegre edizioni.
Ventinove anni, labbra volitive, sguardo deciso, con il suo blog, continuamente sottoposto a revisioni ed oscuramenti, Leena ha giocato un ruolo determinante nella diffusione delle prime drammatiche immagini di Sidi Bouzid e dei fatti tunisini del 2011, fendendo un colpo mortale alla rigida censura benalista.

“Fare informazione in Tunisia -mi spiega la blogger- continua ad essere molto difficile persino dopo il 14 gennaio. È vero che siamo stati artefici e testimoni dell’abolizione della censura. Eppure noi blogger e giornalisti abbiamo ancora diversi nemici. Basti pensare che i partiti politici attualmente al governo pagano diversi giovani per organizzare campagne denigratorie e screditanti verso di noi e verso quanti, realmente coinvolti nella rivoluzione, hanno avuto il coraggio di criticare il governo. Le voci e le bugie che queste persone stanno diffondendo sono enormemente dannose.”

Come combattere la censura, allora? Esiste un rimedio?
Come molti giovani, tunisini e non, voglio anch’io che il mondo cambi. Ma le cose cambiano se ci connettiamo ad internet e diffondiamo la verità. Il cambiamento è possibile solo attraverso l’informazione libera, per questo tutti i dittatori al mondo la temono. Oggi abbiamo nelle nostre mani un potente strumento, che ci permette di agire in modo virale, capillare e scavalcando ogni confine fisico mentre stiamo seduti davanti ad uno schermo.

Com’è successo lo scorso anno nel tuo paese, grazie al tuo blog…
In realtà penso di aver giocato un ruolo secondario. La rivoluzione è partita dal basso, fra la gente che ha occupato le strade ed espresso il proprio risentimento e disgusto verso il regime.
Il mio è stato un compito arduo, certo, data l’oppressione che Ben Alì stava operando su chiunque volesse esprimersi liberamente o provasse a rompere il black out imposto ai media. Ma ciò che ho fatto io è stato semplicemente mostrare a tutti quanto stava succedendo.

Sin dai fatti di Gafsa del 2008 hai osteggiato il regime con l’informazione e la tecnologia. Come hai maturato una scelta di questo tipo? E che ripercussioni ha avuto sulla tua vita?

Sono cresciuta in una famiglia di oppositori militanti ed ho potuto comprendere molto presto quanto gravi fossero l’oppressione e le limitazioni alla libertà di parola nel mio paese. Ho deciso così di agire per provare a cambiare le cose. La rivolta dei lavoratori del bacino minerario a Gafsa e Rdeyef, nel 2008,  ha costituito un punto di svolta nella mia vita. Veder morire le persone sotto le pallottole della polizia tunisina nel silenzio generale mi ha sconvolta e indignata.
Mi sono resa conto già allora delle potenzialità che potevano avere la rete e l’azione comune dei cyberattivisti, legati fra loro da una profonda solidarietà, ed ho aperto così il mio primo blog.
Negli anni a seguire, sono stata costantemente seguita dagli agenti di sicurezza, i miei profili su facebook e twitter sono stati continuamente censurati, il mio blog oscurato. Nell’aprile 2010 gli agenti sono persino venuti a cercarmi a casa dei miei genitori per minacciarmi e mi hanno portato via il computer, le macchine fotografiche ed altro materiale.
Ma non mi sono mai fermata. La consapevolezza di me e di ciò che stavo facendo mi hanno anzi resa forte. Se prima arrossivo e mi ammutolivo di fronte alle intimidazioni di un poliziotto, negli anni ho imparato a gridare loro in faccia i miei diritti.

Sul tuo libro “Tunisian girl” hai descritto te stessa come un “elettrone libero”. Cosa vuol dire?

Vuol dire che ho rifiutato di diventare membro di un partito politico. Penso che i partiti non siano pratici ed efficienti, ma che si perdano in chiacchiere, lungaggini e percorsi burocratici dispersivi.
Sono fermamente convinta che le cose possano cambiare solo se ognuno di noi è pronto ad impegnarsi come individuo.

Che idea ti sei fatta a più di un anno dai fatti di Sidi Bouzid? La rivoluzione tunisina è un successo o un fallimento?
È troppo presto per parlare di successo o fallimento. Stiamo ancora lavorando per costruire la nostra democrazia. È vero che non abbiamo avuto i risultati e i cambiamenti che ci aspettavamo, ma noi blogger stiamo lavorando su questo. La nostra rivoluzione è appena iniziata.

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