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Polonia, una “legge purga” per i media. I direttori dei della tv pubblica si dimettono

 

La nuova legge in salsa polacca sui media pubblici rischia di essere indigesta per i giornalisti che lavorano sulle sponde della Vistola. Dopo una brevissima discussione, il 31 dicembre 2015 il parlamento polacco (prima il Sejm la camera bassa e poi il Senat la camera alta) ha approvato una norma che dà al ministro del Tesoro il potere di nominare direttamente i responsabili dei media pubblici (fino a ieri decisi per concorso), che riduce gli organismi di vigilanza e congela gli attuali dirigenti e membri dei consigli di direzione di radio e tv statali che, fino alla nomina dei nuovi vertici con il prossimo governo, non potranno compiere atti che eccedano la gestione quotidiana senza il consenso del Tesoro.

Una legge purga alla quale i direttori dei principali canali della tv pubblica hanno reagito dimettendosi immediatamente dai loro incarichi. Tomasz Sygut ha lasciato l’Agenzia televisiva d’informazione, mentre alla Telewizja Polska (Tvp) hanno abbandonato Piotr Radziszewski (direttore del primo canale), Janusz Kapuscinski (secondo canale) e Katarzyna Janowska (Tvp Kultura). Sempre in segno di protesta e per «avvertire tutti gli ascoltatori della minaccia per la libertà di parola e del pluralismo», il principale programma della radio pubblica polacca Polskie Radio trasmette ogni ora l’inno europeo (“Inno alla gioia” tratto dalla nona sinfonia di Beethoven) alternato con quello nazionale, “La Mazurka di Dabrowski”.
A differenza di quanto successo in Ungheria, dove una legge simile fu voluta nel 2011 dal primo ministro Viktor Orbàn e votata dai conservatori del Fidesz, in Polonia non si dovrà nemmeno passare per un’Autorità delle telecomunicazioni che almeno, a Budapest, garantisce la presenza per un terzo delle opposizioni.
Il provvedimento, promosso dalla maggioranza conservatrice di estrema destra Giustizia e Libertà (il partito dell’ex primo ministro Jaroslaw Kaczynski), ora passa sulla scrivania del presidente Andrzej Duda che ha 21 giorni per promulgare il provvedimento. A nulla sono valse le proteste dell’opposizione e delle organizzazioni internazionali come Reporter senza frontiere, l’Associazione dei giornalisti europei, Federazione europea dei giornalisti e l’Unione europea di radiodiffusione. L’Europa, invece, sta alla finestra: certo, il primo vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans ha espresso preoccupazione e il commissario per l’economia e le società digitali Günther Oettinger ha addirittura condannato la nuova legge, ma nulla di più è stato fatto. Le istituzioni europee hanno calendarizzato in parlamento un dibattito sulla situazione polacca solo per il prossimo 19 gennaio, quando la legge rischia di essere già in vigore.

La maggioranza di destra difende il provvedimento dicendo che riporterà il controllo dei media pubblici nelle mani dei cittadini, ma è chiaro che è solo un modo per metterli al servizio dell’unico partito al governo come succedeva fino al 1989, prima della caduta del muro di Berlino. E questo rischia di essere solo l’inizio. Fra qualche mese, sarà modificato anche lo status legale di media polacchi che da “pubblici” diventeranno “nazionali” e come tali godranno anche di un diverso sistema di finanziamento.
La vicenda polacca dimostra, ancora una volta, come nel Vecchio Continente il rischio maggiore per i reporter non sia tanto l’incolumità fisica, quanto la nuova censura 2.0: da noi i potenti hanno capito che non non serve gettare i giornalisti in carcere o ucciderli: basta solo impedire loro di lavorare.
Alla luce di norme come questa sarebbe giusto domandarsi quale Europa stiamo costruendo: una comunità democratica patria delle libertà che ha nel giornalismo il suo cane da guardia o piuttosto un’oligarchia che ha nel giornalismo il suo cane da compagnia? Forse allora è con un pizzico di ironia che il parlamento polacco ha varato la nuova legge sui media pubblici nel giorno di San Silvestro, protettore degli animali domestici.

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