Esteri

Can Dündar, lettere dal carcere. Il giornalista turco scrive dalla prigione di Silivri

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“E’ un grido per la libertà di espressione che lancio da una prigione ai margini orientali dell’Europa. Una richiesta di aiuto venuta dall’inferno, quell’inferno creato per la stampa. È la mano tesa di un giornalista arrestato per aver fatto il suo lavoro e che spera nella solidarietà dei suoi colleghi in tutto il mondo”.

Non possiamo che raccogliere l’appello disperato che Can Dündar scrive dalla prigione di Silivri a Istanbul, e che, grazie ai suoi legali, arriva sulle colonne di Le Monde. Noi colleghi italiani abbiamo il dovere di portare questo grido davanti all’ambasciata turca il 21 gennaio, durante la manifestazione organizzata dalla Federazione della Stampa e l’Usigrai. Non solo per solidarietà nei confronti di Can Dündar e del suo caporedattore Erdem Gul – entrambi arrestati il 26 novembre con l’accusa di spionaggio e la divulgazione di segreti di Stato -, ma anche per rendere nota in Italia la drammatica situazione dei giornalisti che vivono in Turchia, quasi completamente oscurata dai mass-media.

“Quando a novembre Reporters sans frontières (RSF) ha assegnato a Cumhuriyet, il quotidiano turco che dirigo, il premio Libertà 2015 alla cerimonia ho dichiarato: ‘Il mio ufficio ha due finestre, una si affaccia su un cimitero, l’altra sul tribunale. Sono i due luoghi più visitati dai giornalisti in Turchia. Dopo poco è apparsa anche una terza finestra: quella della prigione che mi attendeva”, scrive il reporter ricordando i motivi dell’arresto per cui rischia due ergastoli: “Dopo aver pubblicato le foto che provavano il passaggio di camion, scortati dai servizi segreti turchi, che trasportavano armi dalla Turchia alla Siria, il presidente Erdoğan non ha negato, ma ha detto: ‘Questo è un segreto di Stato’, e mi ha minacciato: ‘Chi ha scritto questo articolo pagherà un caro prezzo’. Alcuni amici francesi mi hanno scongiurato di non rientrare in Turchia, dicendo che la Francia poteva proteggermi. Ma non voluto accettare questa proposta, non avevo fatto altro che il mio mestiere di giornalista: perché avrei dovuto fuggire come un criminale?. Ho lavorato come giornalista anche quando c’era la dittatura militare. A quell’epoca i militari cercavano di non mostrare tanto odio verso la stampa. Erdoğan al contrario è arrivato a dichiarare in televisione che ‘i libri sono più pericolosi delle bombe’. Il capo dello Stato odia la stampa libera e i social media che non può controllare”, continua Dündar facendo riferimento alle innumerevoli volte, a partire dalle proteste di Gezi Park, in cui le autorità turche hanno oscurato Twitter e Facebook. “Durante un incontro – continua a raccontare il giornalista –Erdoğan ha sbottato: ‘Twitter sarà sradicato’, e l’ha fatto. La Turchia, infatti, figura tra i paesi che più duramente censurano Internet: oltre 52mila siti sono stati vietati e la Turchia si trova al 149esimo posto nella classifica mondiale per la libertè di stampa secondo il rapporto di Reporters sans frontières. Durante il suo mandato, è riuscito a cancellare ogni traccia dei suoi avversari nei media. Lo ha fatto sviluppando due sistemi paralleli. Da un lato, ha esercitato una forte pressione sui media generalisti rispetto agli articoli non a suo favore e, dall’altro, ha trasformato i suoi sostenitori nel mondo degli affari in proprietari di mass-media. Ha anche chiesto ai suoi seguaci di boicottare i giornali che non sopportava. E ha preteso le dimissioni dei giornalisti che non lo appoggiavano. Dopo aver disobbedito, il quotidiano Hürriyet ha subito attacchi e intimidazioni da parte del suo partito (AKP). Un editorialista che si è ribellato è stato picchiato da uomini del suo partito, poi rilasciati dai magistrati, anche questi sotto il controllo del presidente”

Can Dündar non dimentica la questione curda, ricordando come – da quando Erdoğan ha interrotto i negoziati di pace, le città a maggioranza curda sui confini tra Siria e Iraq sono continuamente soggette a coprifuoco e bombardamenti, accumulando in pochi mesi, migliaia di morti e sfollati, nel silenzio più assoluto: “I media curdi sono stati particolarmente colpiti da questi metodi. Solo attraverso la stampa internazionale i cittadini turchi possano avere notizie sulla guerra nauseante condotta dai militari nel sud-est della Turchia e sulla rivolta che Istanbul ha iniziato da ormai tre anni. Questi risultati avrebbero dovuto soddisfare Erdoğan. Invece ha deciso di punire il gruppo Dogan, che ha rifiutato di sottomettersi, infliggendogli un adeguamento fiscale per una cifra astronomica (1,74 miliardi di euro) e costringendolo a vendere parte dei suoi giornali e delle sue tv, esortando poi gli imprenditori vicini al governo ad acquistarli. E quando la polizia ha intercettato alcuni di loro in un’indagine su un caso di corruzione, è venuto fuori che il Capo dello Stato in persona aveva chiesto a ognuno di loro dimettere nell’operazione 100.000 dollari. In cambio del “sacrificio” – emerge dalle registrazioni –c’era la promessa di fargli vincere la gara d’appalto per il terzo aeroporto di Istanbul […] E cosacredete sia successo una volta rese pubbliche le intercettazioni sul web? Gli agenti di polizia e gli investigatori responsabili del caso di corruzione sono stati arrestati. I giornalisti che, come me, hanno pubblicato articoli sullo scandalo, sono stati perseguiti. Erdoğan è riuscito a soffocare quest’inchiesta sulla corruzione che ha toccato lui stesso e la sua famiglia. Perché ormai controlla la quasi totalità della stampa turca, al punto di essere considerato un vero “oligarca” dei media, più potente di Berlusconi. Se guarda la televisione e sente un commentatore non gli piace, chiama direttamente il direttore del canale per chiedere di fermare il programma. Se vienepubblicata una relazione critica sul governo, pretende che l’autore venga licenziato.Sfortunatamente per lui, tutti questi ordini sono stati registrati dagli uomini della confraternita religiosa del suo ex alleato Gülen e pubblicati su Internet, una volta consumato il divorzio tra questo movimento e il governo. Poche persone, pochi giornalisti hanno voluto interessarsi a questo scandalo. Ed è proprio grazie a questa propaganda che la popolazione, privata del diritto all’informazione, ha votato quasi per il 50% a favore di Erdoğan, alle elezioni di novembre. Un risultato che gli ha permesso di liquidare le ultime sacche di resistenza nella stampa.

Le ultime parole di Can Dündar sono una dura accusa all’Europa: “L’Unione Europea ha scelto di ignorare questa politica di oppressione in cambio dell’accoglimento e del mantenimento dei rifugiati sul suolo turco. Da dove mi trovo in questo momento, in una cella in isolamento quasi totale in un carcere di Istanbul, mentre rischio due ergastoli per la pubblicazione di fatti accertati, posso, dalle sbarre della mia finestra, vedere dove finisce l’Europa. Ed è un luogo piuttosto buio”.

Oggi, con una lettera pubblicata su La Repubblica, Can Dündar si è rivolto direttamente al Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, tornando a chiedergli di non dimenticare, in cambio di una soluzione per i rifugiati siriani, “i valori fondativi dell’Europa: libertà, diritti umani, democrazia, ideali da lungo tempo calpestati dal Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. […] Se oggi siamo tenuti in isolamento da oltre 40 giorni in Turchia, considerata dai media internazionali ‘la più grande prigione al mondo per giornalisti’, è perché, con quella consapevolezza, ci siamo schierati contro la deriva verso un regime autoritario. Siamo in carcere perché abbiamo provato che tir dell’intelligence turca portavano armi ai gruppi jihadisti in Siria. All’origine della crisi dei rifugiati c’è anche la guerra civile in Siria, alimentata pure con l’appoggio dell’Occidente. Ora seguiamo con interesse il tentativo di placare l’incendio da parte di coloro che si sono travestiti da pompieri dopo averlo appiccato. Purtroppo, dato che Erdoğan ha assunto il controllo di gran parte dei media, è sempre più difficile darne notizia. Chi ha il coraggio di farlo è vittima di attacchi, aggressioni, minacce, processi e carcere. Anche se gli interessi attuali dell’Europa rendono necessario ignorare temporaneamente le violazioni dei diritti umani, noi continueremo a chiedere il loro rispetto a qualsiasi prezzo. Se rinunciamo all’umanità davanti alla scelta ‘rifugiati o libertà’, perderemo infatti tutti e tre quei valori”.

14 gennaio 2016