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L’Arabia Saudita premiata dall’Onu per i diritti umani?

 

La notizia è talmente paradossale da apparire falsa. L’ambasciatore saudita Faisal bin Hassan Trad è appena stato eletto a capo del Consiglio per i diritti umani dell’Onu per il prossimo anno, il 2016. Dunque spetterà all’Arabia Saudita, uno dei pochi Paesi al mondo che non ha mai firmato la Dichiarazione universale dei diritti umani, a difendere per conto dell’Onu le vittime dei soprusi e delle violenze. Come dire che sarà il carnefice stesso a giudicare i carnefici. Sdegnata, e piena di dati, la reazione di Hillel Neuer, direttore di UN Watch, l’ong di Ginevra che monitora il lavoro in difesa dei diritti umani delle Nazioni Unite.

Intanto, la monarchia assoluta dei sauditi è il quarto paese al mondo per numero di esecuzioni capitali, dietro Iraq, Iran e Cina, che detiene il record assoluto e irraggiungibile con migliaia di condanne a morte. Fino ad agosto, quest’anno, erano già state eseguite 102 condanne a morte, con un notevole incremento addirittura rispetto al 2014 in cui erano state decapitate 88 persone. Ma sono già cifre da aggiornare perché ha fatto molto clamore il 17 settembre la condanna per crocifissione di Ali Mohammed Al-Nimr, figlio di un dissidente, arrestato nel 2012 quando aveva appena 17 anni. È stato accusato di aver protestato in modo illegale e di essere in possesso di armi da fuoco. Secondo molti giornali arabi, il ragazzo avrebbe confessato tutto sotto tortura e la sua richiesta di appello, respinta, è stata giudicata segretamente.

Al di là di questi casi eclatanti, l’elenco delle violazioni dei diritti umani che avvengono in Arabia Saudita è lungo: dal trattamento delle donne a quello delle persone non islamiche, dalla violazione della libertà religiosa alla negazione della libertà di espressione, dallo sfruttamento disumano dei migranti per lavoro al trattamento riservato agli omosessuali, che possono incorrere anche nella pena di morte, per non parlare della rigidissima applicazione della sharia.

“L’Arabia Saudita è uno Stato con zero diritti per le minoranze, zero diritti per le donne, zero diritti umani, zero libertà e un sacco di oppressione e barbarica soppressione per chi dissente”, ha ricordato l’attivista Kacem El Ghazzali. Bisogna aggiungere che nella classifica della libertà di stampa i sauditi sono al 164 posto rispetto a 180 posizioni. Ci sono due giornalisti in prigione da più di un anno, Alaa Brinji di un quotidiano e Wadji al-Ghazzawi di un’emittente televisiva, più sette blogger tutti attivisti, guarda caso, per i diritti umani.

Personalmente ricordo un piccolissimo episodio quando a Darhan non sono stato arrestato per aver fumato una sigaretta per strada solo perché, ai tempi della prima guerra del Golfo, ero considerato cittadino di uno Stato alleato. Ma c’è di molto peggio, tanto per citare uno degli ultimi esempi di intolleranza radicale: l’Arabia Saudita ha proibito a National Geographic di vendere il suo numero di agosto in edicola e di spedirlo agli abbonati per “motivi culturali” come motivazione della censura. In copertina, sotto il titolo “La rivoluzione silenziosa”, c’era una foto di papa Francesco.

Il Consiglio Onu per i diritti umani è nato nel 2006. Al Palazzo di vetro avevano giurato che “gli Stati membri avranno i più alti standard nella promozione e protezione dei diritti umani”. Con uno scopo preciso: “rafforzare, promuovere e proteggere i diritti umani nel mondo”, oltre che naturalmente “denunciarne le violazioni”. Un impegno che aveva stabilito una rotazione nella responsabilità ed è toccato dunque stavolta all’Arabia Saudita. Quest’anno spettava scegliere nel gruppo asiatico e la decisione (a parte il Giappone) era comunque problematica, comprendendo Paesi come Bangladesh, Cina, Emirati Arabi Uniti, India, Indonesia,  Kazakistan, Maldive, Pakistan, Repubblica di Corea, Qatar e Vietnam. Più o meno tutti “predatori della libertà”. E a questo punto viene spontaneo chiedersi a cosa serva l’Onu quando a decidere i destini del mondo continuano ad essere, come ha detto Neuer, petrolio, dollari e politica.

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