Con “l’Unità” e con Antonio Gramsci

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Anch’io sto con l’Unità. Come il portavoce e il direttore di Articolo21, sono convinto che il giornale fondato da Antonio Gramsci debba vivere. Da troppi anni si limita a sopravvivere, tra una crisi e l’altra. Chi ci lavora farà ancora dei sacrifici, ma non può  adattarsi a una lenta agonia. Non so quanto gli impegni presi  dall’editore e dagli sponsor – “tutti impegni non mantenuti”, dice il cdr del quotidiano – fossero davvero risolutivi. Ma per vivere quel giornale dovrebbe conquistare nel Partito democratico, tra i suoi iscritti e i suoi elettori, magari anche per altri militanti della sinistra, la stessa importanza che aveva una volta per il PCI. Una leggenda – in parte anche la mia memoria – dice che la domenica mattina non c’era città o paese che i comunisti non portassero in tasca, ripiegata ma bene in vista, una copia dell’Unità. Cose d’altri tempi. E tuttavia, personalmente, non vedo altra strada.

Non sono un nostalgico né così sciocco da credere che sinistra e giornale possano essere gli stessi di allora, tanto meno che in tempi come questi sia possibile avere lo stesso orgoglio di appartenenza. Dico solo che l’Unità dovrebbe finalmente  sciogliere, insieme al Pd, il nodo della sua identità, con una circolazione anche conflittuale di idee e di proposte che consenta comunque ai lettori di riconoscersi nella “diversità” della sua redazione e dei suoi valori. Quel riconoscimento, una volta, era perfino eccessivo. Chi non ricorda la vignetta “Contrordine, compagni, l’Unità non lo dice”?

Certo, si possono avere dubbi sulla disponibilità a favorire e mediare un dibattito interno alla sinistra da parte di un segretario come Matteo Renzi, con il piglio sbrigativo e pragmatista che lo distingue insieme al suo “cerchio magico” (così ironicamente lo definisce oggi Scalfari). Ma un direttore davvero indipendente non sarebbe in contrasto né con una forte caratterizzazione né con l’apertura necessaria alla ricerca di una nuova identità culturale.

Conversando, giorni fa, in una sede del partito, un vecchio, non in senso anagrafico, giornalista dell’Unità notava che soltanto con le direzioni di Walter Veltroni e in seguito di Furio Colombo c’era stato, con qualche successo, un serio tentativo di rinnovamento in questa direzione. Anche questa è soltanto un’opinione, ma il bisogno di contro-informazione è attestato anche dall’ottima riuscita del Fatto Quotidiano.

Uscire da una situazione così compromessa è tutt’altro che facile. Ma tentare di farne un giornale come tutti gli altri, peggio ancora un organo di partito per contendere ad “Europa” i favori del gruppo dirigente, sarebbe, mi pare, una pessima idea. Antonio Gramsci non può restare un sottotitolo prestigioso. O il suo pensiero profetico, magari accompagnato dall’ironia di “Bobo”, riprenderà ad essere  punto di riferimento costante per l’Unità e per i suoi lettori o è meglio che la testata rimanga nella memoria di tutti un glorioso ricordo.

* www.nandocan.it


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