“Il nazionalismo cristiano è un cancro per la nostra religione. Non c’è nulla di cristiano nell’adorazione del potere: potere sociale, potere economico, potere politico rivendicati nel nome di Cristo”. I nazionalisti cristiani “hanno trasformato Gesù in un fascista armato, omofobo, negazionista della scienza, avido di denaro e seminatore di paura”.
Sono parole di James Talarico, prossimo senatore democratico del Texas, vincitore di uno dei confronti più incerti di quest’ultima tornata elettorale svoltasi negli USA.
Insegnante, poco più che quarantenne, è un predicatore e membro attivo della Presbyterian Church USA, una delle denominazioni storiche del protestantesimo americano, saldamente collocata all’interno della teologia ‘liberal’: espressione sintetica e generica che, nel linguaggio religioso americano, significa politicamente progressista, socialmente inclusiva, aperta alle persone LGBTQI+, impegnata per i diritti dei migranti e di tutte le minoranze, generalmente critica degli interventi militari e delle politiche di riarmo.
Talarico non ha alcun problema a dichiarare che è stata la sua fede cristiana a spingerlo in politica. “Il cristianesimo – ha affermato – è sia politico che spirituale perché la politica è solo un’altra parola per dire come noi trattiamo il nostro prossimo” e “la separazione tra la chiesa e lo Stato non deve essere fraintesa come separazione tra fede e politica”.
Il giovane politico che ha osato immaginarsi governatore di uno Stato con una solida tradizione conservatrice, mecca di telepredicatori del ‘vangelo della prosperità’ e di leader del sionismo cristiano come il pastore battista John Hagee, torna a dare visibilità pubblica a un cristianesimo che negli ultimi anni sembrava soffocato dalla voce assordante della Destra religiosa schierata a sostegno di Donald Trump.
Altra sorpresa di queste elezioni è la vittoria in Kansas del pastore metodista e attivista democratico Adam Hamilton, a capo della più grande chiesa della United Methodist Church degli USA, la Resurrection Church che sorge nell’area metropolitana di Kansas City. Hamilton non nasce metodista: padre cattolico e madre di una chiesa evangelical, si era formato nella Oral Roberts University, un istituto cristiano dell’Oklahoma di chiara impronta conservatrice, sorto per iniziativa di uno dei più noti – e controversi – telepredicatori americani in auge tra gli anni ’70 e ’90. Compiendo un percorso spirituale inverso a quello più spesso raccontato, Hamilton si è progressivamente spostato verso la United Methodist Church, fino a diventarne pastore, fondatore di una chiesa che in pochi anni ha raccolto 25,000 membri e teologo di riferimento. Sono numerose le sue opere che si richiamano a una tradizionale dottrina wesleyana che si intreccia con costanti riferimenti a Karl Barth.
Questi due successi elettorali ci dicono qualcosa sul cambiamento intervenuto nel partito democratico. La vittoria di altri outsider – l’ebreo Jon Ossof; Deb Haaland, prima nativa americana eletta governatrice del New Mexico; Keisha Lance Bottoms, prima afroamericana eletta in Georgia; Gina Hinojosa, prima governatrice latinoamericana eletta in Texas; il musulmano Abdul Mohamed, eletto senatore in Michigan – attesta un importante cambiamento nel profilo dei candidati dem vincenti: più giovani, più legati a delle precise comunità, più attenti a gestire il “fattore religioso” in chiave democratica e inclusiva, per certi aspetti più “radicali” nelle loro piattaforme.
In queste elezioni un partito paralizzato dalle antiche clientele corporative sembra avere trovato una nuova linfa capace di rinnovarlo. Il nazionalismo cristiano ha trovato uomini e donne capaci di denunciare la strumentalità politica di un fondamentalismo evangelical divenuto ideologia portante del Partito repubblicano.
Tutto questo non si dissolverà come neve al sole nei prossimi mesi e gli appelli della Destra religiosa – “Siamo una nazione cristiana”, “Facciamo che l’America torni a pregare”, “Dio benedica le nostre truppe” – continueranno a risuonare e ad avere preso sull’elettorato conservatore. Ma per il protestantesimo storico si dà l’occasione di tornare a incedere sulla scena pubblica nel solco di una grande tradizione di impegno sociale e civile.
Per approfondire, l’ultimo saggio di Paolo Naso, ‘La Bibbia di Trump. Nazionalismo cristiano e crisi della democrazia americana’, è disponibile sul sito della casa editrice Claudiana.
