Le urne americane hanno consegnato a Donald Trump un Congresso interamente a guida democratica. Si inaugura così un biennio di coabitazione forzata, destinata a trasformare la postura degli Stati Uniti sia sul fronte interno, sia nello scacchiere internazionale.
Nella dottrina costituzionale di Washington, il Presidente si ritrova infatti nella condizione di lame duck (anatra zoppa): una figura titolare del potere esecutivo, ma privata della leva legislativa necessaria per plasmarlo.
Il quadro generale appare dunque caratterizzato da una marcata asimmetria tra la “paralisi interna” e un possibile iperattivismo estero, come reazione.
Sul piano nazionale, i Democratici, forti del controllo della Camera dei Rappresentanti, detengono ora “il potere di spesa”, e possono utilizzare il voto sul limite del debito sovrano come formidabile strumento di pressione politica. Contemporaneamente, la maggioranza democratica al Senato può assumere il controllo sul processo di advice and consent, compresa la possibilità di bloccare le nomine dei giudici federali e dei funzionari governativi di area conservatrice.
In questo scenario, l’azione politica della Casa Bianca opererà probabilmente soprattutto attraverso gli “ordini esecutivi”, ovvero i decreti presidenziali: una prassi che tuttavia sconta una fragilità strutturale, essendo sistematicamente esposta ai ricorsi giudiziari dell’opposizione. Sullo sfondo resta pure, per Trump, lo spettro dell’impeachment: sebbene la condanna richieda una maggioranza dei due terzi al Senato, nei fatti difficile da raggiungere, la Camera ha ora i numeri per avviare indagini formali sull’operato dell’amministrazione, logorandone la legittimità.
Nelle relazioni internazionali, tuttavia, la transizione americana potrà produrre effetti più asimmetrici e imprevedibili. Un Presidente privato del consenso interno tende infatti, storicamente, a rifugiarsi nella politica estera, dove la Costituzione gli garantisce ampi margini di manovra unilaterale come “Comandante in Capo”.
Sotto tale prospettiva si profilano alcune direttrici “di rischio”:
Il protezionismo commerciale sotto forma di “compensazione”: bloccato sulle riforme fiscali interne, il Presidente americano potrebbe ricorrere all’imposizione di nuovi dazi doganali per via esecutiva, invocando motivi di sicurezza nazionale. Questa eventualità peserebbe anche sull’Unione Europea — e sulle economie a forte vocazione manifatturiera ed esportatrice come quella italiana — configurando il pericolo di una frenata dell’export e di una nuova instabilità nei mercati finanziari.
C’è poi l’aspetto della “transazionalità diplomatica”. Poiché il Senato democratico difficilmente ratificherà trattati internazionali di ampio respiro, la diplomazia di Washington, in nome di un nuovo “pragmatismo”, potrebbe suggerire alla Casa Bianca una diffusa pratica transazionale e bilaterale. In tal caso incombe il rischio di accordi diretti e personali, perfino “sopra la testa” degli alleati storici, e comunque capaci di minare l’architettura del multilateralismo (ONU, G7) o di congelare i tavoli di governance globale, ad esempio sul clima e sulle tecnologie emergenti.
Infine, la gestione logistica e strategica “sul campo” (dall’Ucraina al Medio Oriente) rimane nelle mani del Presidente. Ma sorge il rischio concreto che si utilizzi il “disimpegno militare”, o il rallentamento degli aiuti, o la ripresa di nuovi conflitti nello scacchiere della guerra mondiale “a pezzetti” quale leva negoziale per forzare risoluzioni rapide e svantaggiose per i partner tradizionali.
Il quadro politico americano risulta dunque sì “accelerato” dall’esito di queste elezioni, come sottolineano diversi osservatori. Ma restano pesanti incognite e un paese comunque profondamente diviso. Con un Presidente costituzionalmente impossibilitato a ricandidarsi e politicamente arginato, il Partito Repubblicano entrerà probabilmente anzitempo in una fase di competizione interna per la successione. Sul fronte opposto, i Democratici tenteranno di capitalizzare la doppia maggioranza al Congresso per accreditarsi come l’unica forza di stabilità istituzionale. I prossimi due anni potrebbero quindi trasformarsi in una lunghissima campagna elettorale, molto radicalizzata, per la riconquista della Casa Bianca.
Dalla prospettiva europea la lezione più nitida è l’urgenza di non interpretare lo stallo di Washington come un ritorno allo status quo ante, bensì come il segnale definitivo della necessità di una reale autonomia strategica, finanziaria e politica perché negli Stati Uniti permarrà una fortissima contrapposizione tra due campi che avranno sempre meno elementi in comune, compresa la strategia internazionale. Nello scenario globale gli effetti saranno profondi anche a lungo termine.
