Gentile Presidente del Consiglio,
le parole che, con un ghigno sprezzante, ha gridato davanti alla platea dei suoi giovani sostenitori, per accenderli di odio verso gli stranieri, non meriterebbero nemmeno una replica. Si tratta di parole scagliate come pietre, non pronunciate con la responsabilità di chi governa un Paese.
Uno spettacolo indegno per la scuola italiana che ha l’obbligo di fare il contrario di quanto lei ha fatto: insegnare, con la nostra Costituzione, la «pari dignità sociale» di ogni essere umano.
Di fronte alla loro volgarità non ha nemmeno senso denunciarne il razzismo o ricordare l’articolo 34 della Costituzione, per ribadire, con il Presidente Matatrella, che la scuola italiana è aperta a tutti e incoraggia soprattutto i «capaci e i meritevoli» (qualunque sia la loro condizione sociale o la loro provenienza).
Non ha senso prenderle sul serio le sue parole, perché sono solo propaganda misera, un polverone con cui nascondere il vuoto di idee e progetti.
Non sono gli studenti italiani a sentirsi minoranza, Signora Presidente del Consiglio, perché nella nostra scuola non dividiamo gli studenti in italiani e stranieri, ricchi e poveri, uomini e donne, persone di destra e di sinistra. A sentirsi offesi, avviliti e minacciati sono piuttosto i docenti e gli studenti (tutti, italiani o stranieri che siano) che, ogni giorno, assistono all’oltraggio che le sue banalità e volgarità infliggono a chi a scuola lavora e studia.
Siete voi gli “stranieri in patria”. Siete voi a seminare odio, discriminazione e conflitto, ad alimentare l’insicurezza che pretendete di combattere. Siete voi, con i ferri vecchi delle ideologie novecentesche, la minoranza pericolosa di questo paese. Siete voi a incarnare quello che Gramsci chiamava il «sovversivismo delle classi dirigenti»: il potere che pretende di rappresentare l’ordine e intanto ne sovverte i principi, che invoca la legalità e si abbandona all’arbitrio, che dovrebbe garantire la convivenza civile e invece alimenta le divisioni.
Siete voi a trasformare le differenze in minacce, la diversità in pericolo, la scuola in un campo di bassa battaglia ideologica, che dissimulate agitando il fantasma dei docenti “di sinistra” (quelli che educano ai principi costituzionali) che, secondo voi, indottrinano e plagiano.
Per questo, da docente, non intendo inseguirla sul terreno della propaganda. Le chiedo soltanto una cosa: ci lasci lavorare in pace.
Lei deve agitare fantasmi e fabbricare nemici in vista delle prossime elezioni. Noi dobbiamo lavorare duramente tra edifici insicuri, classi sovraffollate (la vera causa dei ritardi negli apprendimenti), stipendi miseri e incombenze burocratiche sempre più mortificanti. Ma, per favore, sia dia un limite all’indecenza. Non faccia anche dei bambini e degli studenti uno strumento della sua propaganda e del suo personale successo politico.
Gli studenti e le studentesse italiane hanno ben altre ragioni per essere preoccupati: la crisi economica e sociale che colpisce le loro famiglie, la disoccupazione che li attende, la discriminazione di genere e la violenza dei femminicidi, la distanza sempre più profonda tra la politica e le nuove generazioni, l’incubo della guerra e del disastro climatico, la subalternità ai Trump, ai Netanyahu, ai bulli del potere, la corsa al riarmo, la disumana indifferenza che lei, con il suo governo, ha mostrato per lo sterminio dei bambini a Gaza (forse perché “stranieri” anche quelli).
Il disagio dei nostri studenti, bianchi e cristiani compresi, non nasce dalla presenza di un compagno straniero che magari, come molti giovani italiani, mostra qualche difficoltà nell’apprendimento. Non è alimentato dal colore della pelle di chi siede nel banco accanto. Nasce dall’incertezza del futuro, dalle disuguaglianze, dalla precarietà, da quel linguaggio di odio che lei riversa quotidianamente nei social e nei comizi, avvelenando la convivenza civile.
Non c’è una minaccia etnica nel nostro paese, signora Presidente del Consiglio. C’è una questione sociale, che investe gli studenti, le famiglie e gli stessi docenti.
I nostri ragazzi non hanno bisogno di essere messi in guardia dall’Islam o dallo straniero. Hanno bisogno di una scuola che offra loro un futuro, che li aiuti a comprendere il mondo anziché insegnare loro ad averne paura.
Lei indica negli studenti stranieri una minaccia, un disturbo, un elemento estraneo alla comunità scolastica. E’ una rappresentazione tanto più assurda se si considera che molti di quelli che lei chiama «stranieri» sono nati in Italia, parlano italiano, pensano e sognano in italiano. Alcuni hanno persino l’accento romanesco, proprio come lei, che ama presentarsi come una figlia del popolo.
Uno studente di origine congolese è intervenuto per salvare una professoressa aggredita da un altro studente, “italiano” e “bianco”. Una vicenda che dovrebbe ricordarci quanto sia insensato tracciare il confine tra i buoni e i cattivi sulla base dell’origine o del colore della pelle. Quel confine passa semmai per l’educazione, la formazione, la responsabilità individuale.
Ma c’è un’altra questione, assai più grave, che la vostra propaganda preferisce ignorare.
Tra il 2000 e il 2025, a causa della denatalità, l’Italia ha perso circa un milione di studenti e 3.700 istituti scolastici. E’ come se a settembre, ogni anno, sparisse un’intera città come Ferrara: una lenta emorragia demografica che svuota le aule, impoverisce i territori, compromette il futuro del Paese. La natalità non è soltanto un numero. È il termometro della fiducia e dello slancio di una società e uno dei più sensibili indicatori dello stato di salute economica e sociale di un Paese.
Di fronte a questa situazione, in un Paese tra i più vecchi del mondo, colpisce la miopia del vostro governo, che non ha messo in campo nessun investimento adeguato in idee, progetti e risorse economiche per indicare nella scuola una questione decisiva per il futuro dell’Italia.
Di fronte alla drammatica denatalità delle famiglie italiane, un governo capace di guardare al futuro dovrebbe considerare i giovani stranieri che poi non sono altro che “nuovi Italiani” (sì “Italiani”, pronti a sventolare il tricolore e a tifare per la nostra nazionale) non come una minaccia, ma come una risorsa, una linfa vitale per l’economia, per il sistema scolastico e previdenziale, per la formazione di nuovi cittadini. Per rendere “più forte la nazione”, come direbbe lei.
Senza gli studenti stranieri, e soprattutto senza quei ragazzi ai quali continuiamo a negare la cittadinanza, il sistema scolastico italiano, come la società nel suo complesso, andrebbe incontro a un declino ancora più drammatico.
È il paradosso di tutti i nazionalisti del passato: esaltando a parole la patria, finiscono per distruggerla e avvilirla. “Prima gli italiani”, “patrioti”, “grandezza della nazione”. Sono parole vuote, signora Presidente del Consiglio. Sono slogan pubblicitari che il marketing della vostra politica ha confezionato per dare alla gente impaurita dalla crisi economica e dalla guerra un’identità posticcia.
I nostri studenti, studiando il Novecento, lo apprendono a scuola come un’ovvietà: per il nazionalismo l’identità ha bisogno di tracciare confini, ergere muri e additare un nemico. È nella contrapposizione al diverso, nell’ostilità verso chi non appartiene al proprio gruppo che il nazionalismo cerca una risposta al vuoto delle idee e fabbrica un nemico su cui scaricare i problemi che l’incopetenza di chi governa ha generato.
La minaccia per l’Italia, signora presidente del Consiglio, non è la tanto agitata «sostituzione etnica», ma è il vuoto di una politica che dovrebbe occuparsi delle prossime generazioni e pensa invece alle prossime elezioni.
È fortunata, Signora Presidente, a non dover entrare ogni mattina in una classe. Vi troverebbe ragazzi (italiani e stranieri, bianchi e neri, cristiani e musulmani, di destra e di sinistra) capaci di interrogare criticamente le parole degli adulti. Ragazzi ai quali non basta uno slogan ad effetto, che pretendono ragioni, che potrebbero smascherare le sue trovate retoriche. Forti di robuste letture e senso critico, potrebbero ricordarle le parole di Umberto Eco, ne Il cimitero di Praga: «Chi non ha principi morali si avvolge di solito in una bandiera. L’identità nazionale è l’ultima risorsa dei diseredati. Questo senso dell’identità si fonda sull’odio per chi non è identico. Bisogna coltivare l’odio come passione civile. Ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria. L’odio riscalda il cuore».
