Ci sono parole che, da tanto essere pronunciate, finiscono per diventare invisibili. Libertà è forse la più celebrata tra queste: la invochiamo, la difendiamo, la promettiamo. La associamo all’autonomia, alla scelta, all’autodeterminazione. E tuttavia, proprio la sua centralità nel lessico politico contemporaneo, dovrebbe indurci a una domanda radicale: libertà per chi? Libertà da cosa? E soprattutto: libertà in quali condizioni materiali?
È attorno a questa frattura che si muove Contro l’alibi della libertà. Riaffermare democrazia e conflitto di Fabio de Nardis, pubblicato da Meltemi nella collana Sociologia di posizione, da lui stesso codiretta. Un libro che non intende sottrarre la libertà al pensiero politico, ma, al contrario, restituirle la sua natura conflittuale, liberandola dalla versione depoliticizzata e individualistica con cui il neoliberismo ha finito per addomesticarla.
De Nardis, professore ordinario di Sociologia politica all’Università del Salento e direttore della rivista Partecipazione e Conflitto, conduce da anni ricerca dentro la teoria sociale critica, la sociologia del conflitto, lo studio dei movimenti sociali e delle trasformazioni della democrazia. In questo volume tali traiettorie convergono in una critica della libertà, in particolare quando essa viene separata dalle condizioni sociali che rendono possibile esercitarla.
Il punto è tutt’altro che semantico; quando la libertà viene concepita esclusivamente come possibilità individuale di scegliere, il mondo sociale nel quale quella scelta prende forma tende a scomparire. Scompare la classe, scompare il genere, scompare il lavoro, scompare la distribuzione diseguale delle risorse, scompare il potere. Rimane l’individuo, apparentemente sovrano, chiamato a rispondere solo individualmente della propria riuscita e dei propri fallimenti.
È qui che la libertà rischia di diventare un alibi; non perché non sia necessaria, ma perché può essere utilizzata e strumentalizzata per non interrogare ciò che rende alcuni più liberi di altri.
È una delle intuizioni più potenti del libro: la libertà, quando viene sganciata dall’emancipazione, può finire per assolvere l’ordine esistente. Perché, se ciascuno è formalmente libero di scegliere, allora la disuguaglianza può essere reinterpretata come differenza di capacità, di merito, di impegno. La precarietà diventa una scelta professionale. La povertà una responsabilità individuale. Il fallimento una défaillance personale. Persino la subordinazione può essere raccontata come una sorta di preferenza.
Questa torsione individualizzante ha una lunga genealogia critica. Karl Marx aveva già mostrato la distanza tra l’astratta uguaglianza giuridica e le condizioni materiali nelle quali gli individui entrano realmente nei rapporti sociali. Pierre Bourdieu avrebbe poi insistito sulla necessità di comprendere come le strutture sociali si incorporino nelle disposizioni individuali, producendo forme di dominio tanto più efficaci quanto meno vengono percepite come tali.
Ma è soprattutto la teoria femminista ad aver reso evidente quanto sia pericoloso separare la libertà dalla materialità dei rapporti di potere.Il femminismo ha dovuto infatti compiere, ben prima di altri pensieri politici, una vera e propria operazione di smascheramento: mostrare che ciò che veniva definito privato era politico. Da The Personal Is Political in poi, l’esperienza individuale non poteva più essere considerata semplicemente individuale. La violenza domestica, il lavoro di cura, la sessualità, la maternità, la dipendenza economica, la divisione sessuale del lavoro diventavano questioni di potere.
In questo senso, la critica di Fabio de Nardis può essere letta attraverso la lente femminista: non esiste libertà astratta da un corpo, da una classe, da un genere, da una posizione sociale.
Simone de Beauvoir scrive che non si nasce donna: lo si diventa; una frase che, ancora oggi, continua a dirci che la soggettività non è un territorio separato dalle strutture sociali. Così come Judith Butler interroga il rapporto tra soggettività e norme, mostrando che ciò che percepiamo come scelta individuale sia spesso prodotto dentro cornici sociali che precedono il soggetto e quindi ne delimitano le possibilità.
La domanda diventa allora inevitabile: quanto è libera una scelta quando le alternative sono distribuite in maniera diseguale?
È una domanda che riguarda in modo particolare le donne. Una donna può essere formalmente libera di lavorare, ma quanto è libera se il lavoro di cura resta prevalentemente sulle sue spalle? Può essere libera di uscire da una relazione violenta, ma quanto è libera se non possiede un reddito, una casa, una rete di protezione? Può essere libera di scegliere la maternità, ma quanto lo è quando il mercato del lavoro penalizza la maternità e il welfare scarica sulle famiglie responsabilità collettive?
Il problema, dunque, non è la scelta. È la distribuzione delle possibilità di scelta. Ed è precisamente qui che il conflitto torna ad avere una funzione democratica.
La democrazia, nella prospettiva di Fabio de Nardis, non può essere ridotta a una procedura elettorale né a un sistema istituzionale capace di amministrare pacificamente interessi già dati. È anche, e soprattutto, uno spazio nel quale i rapporti di potere possono essere resi visibili, contestati, trasformati.
Il conflitto non rappresenta allora una patologia della democrazia. Ne costituisce una delle condizioni vitali.
È una posizione che dialoga con una tradizione ampia del pensiero politico. Da Chantal Mouffe, per la quale il conflitto è un elemento ineliminabile della vita democratica, fino a Nancy Fraser, che ha mostrato come le crisi della democrazia siano inseparabili dalle crisi della giustizia sociale, emerge la necessità di non confondere il consenso con la democrazia: una società nella quale nessuno protesta non è necessariamente una società pacificata, anzi potrebbe essere una società nella quale il conflitto è stato reso impossibile, invisibile o inefficace.
E questa è forse una delle questioni più urgenti del nostro. presente. Perché il potere contemporaneo non agisce soltanto attraverso il divieto ma anche e soprattutto attraverso l’interiorizzazione della responsabilità. Non ci dice semplicemente «non puoi». Sempre più spesso ci dice: «puoi tutto, se vuoi davvero» che è una frase solo apparentemente emancipativa che può invece diventare una sofisticata forma di dominio. Se puoi tutto, infatti, quando non ce la fai la responsabilità è soltanto tua.
La libertà neoliberale rischia così di trasformarsi in una pedagogia dell’auto-responsabilizzazione permanente: sii imprenditore o imprenditrice di te stessa, reinventa continuamente la tua vita, aggiorna le tue competenze, ottimizza il tuo tempo, trasforma ogni ostacolo in opportunità. Il sistema non deve più giustificarsi davanti all’individuo: è l’individuo a dover giustificare se stesso davanti al sistema.
Byung-Chul Han ha descritto con efficacia questa trasformazione parlando della società della prestazione: il soggetto contemporaneo non vive più soltanto sotto un potere che proibisce, ma sotto un imperativo di auto-realizzazione che può trasformarsi in auto-sfruttamento.
La retorica della libertà diventa allora perfettamente compatibile con nuove forme di disciplina. Anche qui, lo sguardo femminista è particolarmente rivelatore, in quanto le donne sono state a lungo educate a considerare come virtù individuali attività che nascevano da una precisa organizzazione sociale della subordinazione: accudire, adattarsi, conciliare, prendersi cura, essere disponibili. Oggi la stessa logica può assumere forme più sofisticate: la donna deve essere libera, autonoma, performante, economicamente indipendente e contemporaneamente capace di sostenere sulle proprie spalle il lavoro riproduttivo che la società continua a considerare quasi naturale.
La libertà rischia così di diventare un nuovo dispositivo di colpevolizzazione ma Fabio de Nardis invita invece a rovesciare la prospettiva: non a chiedere soltanto quanto siamo liberi, ma a domandarci quali rapporti sociali producono le nostre possibilità di essere liberi. È una differenza decisiva.
Perché significa spostare lo sguardo dall’individuo alla struttura, dall’adattamento alla trasformazione, dalla competizione alla solidarietà, dalla responsabilità privata alla responsabilità politica.
E significa soprattutto restituire dignità al conflitto.
La Sociologia di posizione che dà il nome alla collana codiretta da de Nardis si colloca precisamente dentro questa esigenza: una sociologia che non pretende di osservare il mondo da un inesistente punto di neutralità, ma interroga la realtà a partire dai rapporti materiali, dalle posizioni sociali e dalle asimmetrie di potere. Una sociologia che non rinuncia al rigore scientifico per assumere una posizione, ma considera la posizione stessa come parte della produzione della conoscenza.
È una prospettiva che presenta evidenti consonanze con il pensiero femminista della conoscenza situata di Donna Haraway: non esiste uno sguardo da nessun luogo. Ogni sapere nasce da una posizione, da un corpo, da una storia, da rapporti di potere. Rendere esplicita quella posizione non significa indebolire la conoscenza: significa, al contrario, renderla più responsabile.
Contro l’alibi della libertà è dunque un libro sulla libertà, ma anche sulla democrazia, sul potere e sulla possibilità stessa di produrre trasformazione sociale.
E forse, ancora più profondamente, è un libro sulla necessità di tornare a distinguere tra libertà di adattarsi e libertà di cambiare il mondo; la prima può essere perfettamente compatibile con l’ordine esistente, la seconda no.
Perché emanciparsi significa anche poter mettere in discussione le condizioni nelle quali ci è concesso di scegliere. Significa trasformare una sofferenza privata in questione pubblica, una disuguaglianza in conflitto, una subordinazione in rivendicazione collettiva.
Il vero antidoto all’alibi della libertà, allora, non è meno libertà.
È più democrazia.
Una democrazia capace di riconoscere che gli individui non entrano nel mondo da posizioni equivalenti; che i diritti formali non cancellano le disuguaglianze materiali; che il conflitto non è il rumore che disturba l’ordine democratico, ma una delle forme attraverso cui una società può interrogare e trasformare se stessa.
E che nessuna libertà merita davvero questo nome se, mentre proclama che tutti possono scegliere, lascia intatte le condizioni che rendono alcune persone molto più libere di altre.
È qui che il libro di Fabio de Nardis diventa politicamente necessario: non perché offra una nuova definizione della libertà, ma perché ci costringe a tornare alla domanda che ogni retorica della libertà tende a rimuovere: Chi può davvero permettersi di essere libero?
