Emfa, la grande incompiuta

“Vieni e vedi”: Per non dimenticare Sabra e Shatila

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Ci sono luoghi che non si visitano, ma che ti vengono a prendere, non li scegli tu, non li puoi guardare dall’esterno come un turista o uno spettatore neutrale. Shatila è uno di questi. Ogni anno, puntuale. La delegazione italiana dell’associazione “Per non dimenticare Sabra e Chatila” attraversa il Mediterraneo per commemorare il massacro del 16 settembre 1982. Ci accoglie un labirinto di vicoli stretti, case di cemento, fili elettrici penzolanti. Il 14 settembre le donne e i bambini del campo ci hanno aspettato davanti al Memoriale dei Martiri. Tra i nomi di coloro che non ci sono più, i volti e le cose del campo che restano. Il piccolo campo si è rivolto a noi, ci ha accolto senza perdere la sua spontaneità, la sua memoria viva.

Nel 44° anniversario, il campo di Sabra ha preso la parola. Non soltanto per ricordare il massacro del 1982, il passato, i morti da commemorare.

è qualcosa che riguarda il presente. “Sabra è per sempre l’identità della nostra epoca”.

Sono qui in Libano con l’Associazione “Per non dimenticare Sabra e Chatila”, tra volontari, attivisti, giornalisti. Dal 2000, quando i giornalisti Stefano Chiarini e Maurizio Musolino fondarono il “Comitato Per non dimenticare Sabra e Shatila e il diritto al ritorno”, con la partecipazione del direttore di Al-Safir, Talal Salman, e di Qassem Al-Aina, direttore della Fondazione Beit Atfal Assoumud (La casa dei bambini della resilienza), l’associazione continua a organizzare e seguire le delegazioni.

Deponiamo la corona. Il massacro sta faccia a faccia con la memoria, e ci appare anche se è fuori dall’immagine. Poi ci dividiamo in gruppi e visitiamo alcune famiglie che hanno perso i loro cari nel massacro del 1982. Riso, pollo, verdure, pane arabo. Il pranzo insieme al centro Mar Elias. Beit Atfal Assoumoud, l’associazione che dal 1976, fondata per volere di Yasser Arafat, offre assistenza ai rifugiati presso i dodici campi profughi palestinesi presenti in Libano, è il cuore pulsante di questa resilienza.

L’incontro con Kassem Aina, direttore di Beit Atfal Assoumud. La sua voce carica del peso di chi vive e lavora da sempre nei campi palestinesi: “Penso che il massacro di Sabra e Shatila sia piccola cosa rispetto a quello che sta succedendo a Gaza e quello che sta succedendo nel sud del Libano”.

“Eppure Israele continua a sostenere che la guerra in Gaza è contro Hamas, che la guerra in Libano è contro Hezbollah, ma questo è un grande errore. E quello che sta succedendo a Gaza non riguarda solo Hamas, bensì stanno uccidendo tutti i cittadini palestinesi. E in Libano c’è una guerra contro i libanesi, non solo contro Hezbollah, perché chi è ucciso fino ad ora sono i cittadini libanesi, più di 62 villaggi sono completamente distrutti nel sud del Libano”.

Sessantadue villaggi. Luoghi che fino a poco tempo fa la delegazione poteva visitare, toccare, raccontare. Quest’anno, il sud del Libano è proibito. “Quest’anno ci viene proibito, non possiamo andare al sud dove andavamo una volta”, aggiunge Kassem Aina. “E credo che quello che dobbiamo fare è riportare la verità, che questa è una guerra contro le persone, è una guerra contro le case, una guerra contro le chiese, una guerra contro le moschee, una guerra contro le genti ed è questo che voi dovete riportare quando tornate a casa”.

 


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