Qualche giorno fa scrivevamo: l’odio chiama odio.
In una sola settimana, a Venezia, abbiamo assistito prima a una provocazione e poi a una vera e propria aggressione fascista contro chi questa città la vive, la difende e la arricchisce socialmente, non per uno stipendio, ma per amore.
Protagonisti dell’aggressione: gruppi organizzati di squadristi fascisti estranei alla città, atterrati da Roma e dall’Olanda, con il solo obbiettivo di provocare e monetizzare, via social network, facendo leva sull’insicurezza sociale, incanalandola nelle note retoriche razziste e classiste.
Coperti dalle destre al potere, felici di questi agenti di distrazione di massa, i social-squadristi di professione hanno i soliti obbiettivi: i soggetti più esposti come senzatetto o migranti e tutti quelli che si oppongono all’ondata nera, primi tra tutti gli antifascisti, incluse le antifasciste a cui, come mostrano i video, non sono stati risparmiati calci, pugni e ginocchiate.
Questi picchiatori non sanno nulla dei luoghi che visitano e di certo, con il loro content-creating, non contribuiscono al benessere sociale. Parassiti della paura. A loro, non ai migranti, non alle antifasciste, va rivolto il classico invito populista: “Tornate a casa vostra e andate a lavorare!”.
A Venezia i fascisti si sono presentati con il pretesto dei pickpocket. Lungi da noi avvallare il mestiere del furto, ma è evidente che i reali problemi di Venezia, in particolare dei Veneziani, sono ben altri: la casa che non c’è perché il mercato turistico e gli airBnB si prendono tutto. Gli asili nido inaccessibili e le classi che chiudono.
I servizi sanitari che perdono pezzi. Il costo della vita drogato dal turismo.
La corruzione della classe politica locale. Il cambiamento climatico e l’innalzamento del medio mare a cui non si danno risposte decisive.
Intere zone in mano alla criminalità organizzata e allo spaccio.
Nelle ultime settimane, dentro questo stesso clima, si è riaperto anche il dibattito sulla costruzione della moschea. Si chiedono addirittura prove di integrazione alla comunità bengalese, ma se i bengalesi scioperassero, a Venezia non aprirebbe nemmeno un ristorante, un bar o un negozio di souvenir.
Questo è il livello di integrazione della comunità bengalese che, per altro, la destra non ha mancato di corteggiare in campagna elettore, ma come spesso accade, i migranti possono lavare i piatti, ma non avere un luogo di culto.
Al netto delle questioni locali, nessuno, nemmeno chi ha creduto alla fine della storia ed ha abbracciato la deriva della sinistra neoliberale, può fare finta che non stia accadendo nulla e che l’antifascismo sia un arnese del passato. È questo uno degli atteggiamenti diffusi che ha favorito la fascistizzazione della società a cui assistiamo.
Accade in Italia, in Sassonia, in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Palestina e in tanti altri luoghi. Si alimenta continuamente la ricerca del capro espiatorio, colpevolizzando gli ultimi e lasciando liberi i manovratori.
Cambiano i contesti, ma il meccanismo è sempre lo stesso: trasformare una persona o una comunità nel bersaglio su cui scaricare le contraddizioni e le responsabilità di chi accentra il potere, di chi monopolizza i profitti, di chi precarizza, di chi privatizza, di chi dichiara guerra, di chi uccide.
L’antifascismo non è un anacronismo, non importa che la storia si ripresenti come un accumulo di profili farseschi, da Trump fino ai fascio-influencer.
L’accumulazione di farsa fascista del presente si è già trasformata in una tragedia globale e a tutti tocca fare la propria parte, alzando la voce antifascista in ogni luogo, perché oggi sono le ronde, domani è l’ICE; oggi sono le spedizioni punitive, domani sono le deportazioni; oggi è la guerra, domani è il genocidio.
“Ai nostri posti ci ritroverai”, scriveva Calamandrei nella lapide ad ignominia per il nazista Kesselring, dedicata alla resistenza italiana.
Quelle parole sono un appello, ora, rivolto a tutte e tutti noi
Il 19 settembre invitiamo tutte e tutti a scendere in piazza, per prendere posizione, per non fare spazio all’odio, alla paura, al fascismo.
Se provano a intimidirci, non ci faremo da parte.
L’antifascismo è una pratica quotidiana, collettiva, solidale che si costruisce nei quartieri, nelle calli, nei parchi, nelle scuole, nei luoghi di lavoro e in ogni spazio della nostra città.
VENEZIA È ANTIFASCISTA
Laboratorio Occupato Morion
ANPI 7 Martiri Venezia
