Emfa, la grande incompiuta

L’AfD in Sassonia conquista il 44,5%. L’ombra del neo-nazismo incombe sulla Germania

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Nazismo: di questo si tratta ed è inutile girarci intorno. Basta dare un’occhiata al programma di Alternative für Deutschland (dalle classi separate per i disabili alla remigrazione, solo per citare le proposte più aberranti) per rendersi conto che ormai in Europa sta prendendo nuovamente piede un demone che speravamo di esserci lasciati per sempre alle spalle. A questo punto, di fronte al 44,5 per cento di cui è accreditato in il suddetto partito nel land della Sassonia-Anhalt, con il suo candidato presidente Ulrich Siegmund, non possiamo che lanciare l’allarme democratico: il muro di cotnenimento, il cosiddetto “Brandmauer”, non regge più, come probabilmente rischia di non reggere in Francia alle presidenziali della prossima primavera e come, ahinoi, temiamo che possa non tenere più nemmeno in Spagna e in Inghilterra. Di fronte a una simile deriva, pur rispettando il malcontento, la disillusione, la rabbia e l’autentica disperazione sociale di coloro che li hanno votati, con i dirigenti di quella compagine non può esserci dialogo. Se al forum annuale di Cernobbio qualcuno intende confrontarsi (per interesse, sostengono i maligni) con l’estrema destra arrembante, faccia pure: noi apprezziamo, al contrario, chiunque risponda che con simili convitati non vuole condividere il palco.
Tornando alla Germania, l’ipotesi più probabile è che il governo Merz frani a breve, lasciando campo aperto ai seguaci di un’ideologia che nemmeno Norimberga e otto decenni di pace e benessere sono, evidentemente, riusciti a debellare. Certo, i venti di guerra che spirano un po’ ovunque fanno la differenza in negativo, e ribadiamo che se ci ostiniamo a chiedere dialogo e confronto persino con un autocrate come Putin non è per simpatia nei confronti dello zar del Cremlino ma perché siamo consapevoli di quanto potrebbe costarci la deriva guerrafondaia in atto. Aggiungiamo che la presidente della Commissione europea, la peggiore di sempre, è la tedesca Ursula von der Layen, la quale reca su di sé la responsabilità del declino e del degrado etico di quello che fu il sogno di Spinelli, poi messo in atto, nel dopoguerra, da una classe dirigente non certo progressista ma ben cosciente della necessità di costruire un orizzonte di fratellanza da lasciare in eredità alle future generazioni.
Una riflessione, tuttavia, si impone anche a proposito di un pessimo partito che purtroppo, a quanto pare, avrebbe superato la soglia di sbarramento: con il Bündnis Sahra Wagenknecht non può e non dev’esserci alcuna interlocuzione. Se c’è un mostro ancor più ripugnante del nazismo originario e di quello che ne è derivato è, infatti, il rossobrunismo: chi pensa che offrire il proprio sostegno a una formazione che si propone di rendere la vita impossibile ai migranti, in nome di una presunta difesa dei diritti e delle conquiste sociali dei nativi, chiunque sia così miope non è nemmeno un avversario ma un nemico della civiltà e del buonsenso.
Di fronte a quest’ennesima débâcle della sinistra europea, che si tratti della fu SPD, ormai inservibile, o della combattive Linke, da incoraggiare e valorizzare nel tentativo di salvare il salvabile, dobbiamo interrogarci. Perché la guerra che assedia le nostre porte, ribadiamo, è la prima causa dell’ascesa di determinati personaggi, e non sarà certo la loro demonizzazione a convincere la cittadinanza esausta a non votarli. Denunciarne l’estraneità ai principî e ai valori democratici è doveroso ma, al tempo stesso, bisogna anche offrire un’alternativa radicale e lontana anni luce da tutto ciò che incarna l’attuale Unione Europea.
Che le classi dirigenti contemporanee siano in grado di imparare dall’ennesima lezione che è arrivata loro è improbabile. Per questo, urgono nuovi interpreti, personalità che abbiano a cuore la politica ma non parlino in politichese, che comprendano l’importanza dei diritti sociali e dei diritti civili, e più che mai il fatto che procedano di pari passo, ma non appoggino le ossessioni fuori luogo che hanno reso la sinistra invotabile per i ceti sociali più deboli e meno acculturati e che non abbiano remore a mettersi in gioco nel più breve tempo possibile. Se ciò non dovesse accadere, nel prossimo biennio, assisteremmo al ritorno dei totalitarismi e, di conseguenza, alla fine dell’Europa come abbiamo sognato che potesse essere.

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