Emfa, la grande incompiuta

La sovraesposizione dell’invisibile. Davanti al dolore degli Altri

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“Chi crede oggi che la guerra possa essere abolita?”, si chiedeva Susan Sontag nel suo celebre saggio

d’inizio Duemila[1]; “Nessuno. Neanche i pacifisti”, si rispondeva.

Sono passati ventitré anni da quella riflessione sul valore escatologico (mancato) delle immagini raffiguranti gli orrori della guerra. Un abbondante ventennio nel quale l’evoluzione tecnologica ha decisamente ampliato lo spettro di riconsegna dell’immagine: non più alla sola cittadinanza “colta” abituata all’acquisto quotidiano del cartaceo ma a tutti noi; non più la “guerra” nella sua accezione più ampia e storica ma le “guerre” intrinseche e perpetue che si insinuano nella struttura sociale.

Le fotografie e i filmati della guerra restituivano al pubblico vittime anonime, generiche. Corpi martoriati ai quali sarebbe bastato (e bastava) sostituire una didascalia per attribuire loro sempre rinnovate responsabilità. Creare il visibile per mezzo di fosse comuni di invisibili, riprodurre l’orrore iniziando a svuotarlo di ogni empatia.

Nel corso del XX secolo, il compito era restituire alle vittime l’identità. Oggi, la rincorsa mediatica alla vicenda del singolo non è più specchio del fenomeno globale cui appartiene, come fosse il cameo di una storia che, di per sé, non interessa quasi nessuno.

Le “guerre”, dunque, abbattono il mondo costruito o legittimano la sua costruzione? Forse la risposta risiede in entrambe le opzioni ma la sostituzione del mondo che fu, per quanto segnato da eventi disumani che hanno portato più volte alle urla dei “Mai più!”, fa tremare più che mai l’idea del futuro.
Lo scorso 1° giugno sono state diffuse le immagini delle telecamere di videosorveglianza di un distributore di benzina sito lungo la Statale 106, nei pressi di Amendolara, sulla costa ionica cosentina.
Nel video, due uomini scendono da un minivan sul quale stavano viaggiando, lo cospargono di benzina e gli danno fuoco dall’interno. Uno di loro fugge via, l’altro spinge con forza una portiera nel tentativo di non far uscire gli altri passeggeri dall’abitacolo.

Dentro quell’auto erano presenti cinque persone: Waseem Khan di 29 anni, Amin Fazal Khogjani di 28, Safi Iayjad di 27. Il più giovane, Ullah Ismat Qiemi, ne aveva appena 19. Taj Mohammad Alamyar, unico sopravvissuto per essere riuscito a gettarsi tra le fiamme fuori dal bagagliaio, ne ha 35.

Durante lo scorrere della nostra giornata del 1° giugno, e durante il susseguirsi del tempo immediatamente successivo, chi ha avviato il video presente su tutte le testate nazionali, locali, piattaforme social o non ha cambiato canale nella sua trasmissione sulle emittenti televisive, ha visto cinque esseri umani arsi vivi.

Quelle immagini, prese in prestito in questa riflessione per la natura del ragionamento in essere, hanno avuto realmente il potere di scuoterci? La risposta è no.

Nel 1992 un’infermiera di nome Carla Joinson descrisse la sensazione che travolge il personale sanitario perennemente a contatto con il dolore dei pazienti con il termine compassion fatigue che, seppur in uno spettro ben più ampio, sta a significare l’incapacità di sintonizzarsi emotivamente con i pazienti e i loro familiari, rimanendo incapaci di instaurare qualsiasi azione volta ad un cambiamento positivo in ragione della quotidianità del contatto con il dolore degli altri.

Non è forse questo il fine del provare compassione? Partecipare alla sofferenza dell’altro mossi dall’imperativo di agire per porvi rimedio?

L’iperconnessione e la velocità delle informazioni determinano oggi un sovraccarico, una normalizzazione capace di ridurre drasticamente la nostra sensibilità, riproducendo una sorta di “Cura Ludovico” al contrario, nel pensare all’Alex di “Arancia meccanica” di Stanley Kubrick che viene guarito dalla sua propensione alla violenza per mezzo della visione continua di filmati brutali.
O ci neghiamo del tutto la visione e finanche la lettura dei troppi orrori del mondo che abitiamo o, al contrario, riusciamo a sorbirli per mezzo di un’anestesia emozionale.

Il dramma nel dramma risiede nel fatto che questa continua “osservazione del dolore” da parte di chi non ne ha esperienza diretta diviene, come ben descritto dal sociologo francese Luc Boltanski, puro spettacolo. Uno spettacolo che è ben lontano dalla dimensione attiva volta alla tensione del singolo alla solidarietà, all’agire per porre fine all’orrore osservato.

Non solo disponiamo delle immagini della morte in diretta dei quattro uomini di Amendolara ma di loro, solo ed esclusivamente grazie a quei filmati, veniamo repentinamente a conoscere ogni dettaglio. Senza la spettacolarizzazione del filmato non sarebbe stato, probabilmente, necessario diffondere i loro nomi.

Come oggi tutti sappiamo, le vittime della feroce uccisione erano braccianti agricoli. E ancora: braccianti agricoli assoggettati da quella che viene descritta dall’unico superstite come una “mafia” pachistana che controlla da tempo il lavoro agricolo del territorio. E ancora più nel particolare: braccianti sottomessi ad un sistema criminale che gli ha dato fuoco a seguito del loro tentativo di ribellarsi alle disumane condizioni di vita e lavoro imposte ed al mancato pagamento dei loro salari.

Ma possiamo espandere velocemente la specificità che ruota attorno a tutte le nozioni già acquisite arrivando a scoprire che la presunta “mafia” pachistana, mandante dell’orrore del nostro filmato, è solo uno tra i molti ingranaggi di un sistema ben più esteso a livello nazionale e saldamente radicato nella voragine del lavoro sommerso, genericamente conosciuto come “caporalato”: una delle “guerre” intrinseche e perpetue che si insinuano nella nostra struttura sociale.

I braccianti che popolano i nostri terreni agricoli, prima prettamente autoctoni e oggi quasi esclusivamente stranieri; gli operai e le operaie di quart’ordine che abitano i seminterrati delle industrie dell’abbigliamento (non più italiani anch’essi); le migliaia di lavoratrici che accudiscono i nostri anziani supplendo alla mancanza di sostegno dello Stato; il moltiplicarsi in strada dei fattorini, meglio noti come rider, che si gettano in monopattino, bicicletta e ciclomotore ai lati delle nostre auto inseguiti dalla fretta dell’algoritmo e dagli insulti di chi ha appena avuto il terrore di travolgerli; gli operai svuotati del loro passato e sordi ad una lingua per la maggior parte sconosciuta, sciatti e con protezioni di carta da passare alla prossima vittima celata, troppo presto dimenticata e, sopra ogni cosa, immeritevole di una giustizia che ne determini le responsabilità. Completamente e immediatamente sostituibili. Privati, (anche) nell’emigrazione, di qualsiasi diritto politico.

Lo scorso 8 luglio, abbiamo ascoltato la pronuncia della sentenza di primo grado per omicidio volontario con dolo eventuale di condanna a 16 anni per Antonello Lovato, il caporale omicida del bracciante indiano Satnam Singh del quale, data la cruenta specificità della vicenda, in molti conosciamo la sorte.

Nomi e cognomi di vittime del caporalato, quelli di Satnam e dei corpi carbonizzati di Amendolara, che non spingono alla lotta al dramma endemico dello sfruttamento del lavoro immigrato in Italia ma che, al contrario, sono funzionali a tenerlo saldamente in piedi.

Mi spiego: in un’epoca di perenne instabilità consegnata a tutti gli abitanti di un Paese polarizzato tra i pochi che percepiscono un reddito alto e in continua crescita e i tanti che subiscono lo stagnamento ultraventennale di salari insufficienti a vivere serenamente, l’orizzonte dell’antagonismo all’ingiustizia non riesce più ad essere rivolto verso l’esterno (non ne ha il tempo), ma è stato volutamente e saldamente relegato ad una dimensione interiore, autoreferenziale, nella quale lo slancio empatico, subitaneo alla notizia di un essere umano morto dissanguato dopo essere stato abbandonato con il braccio amputato in un cesto, si esaurisce in un batter di ciglia nello stato di continua e normalizzata incertezza verso le proprie di sorti.

E allora l’immigrazione, dopo qualche istante, torna ad essere trattata come fatto di ordine pubblico (Indagine Eurispes sulla condizione degli immigrati in Italia del 24 luglio 2026) e l’immigrato come il principale rivale nella ricerca del nostro lavoro.

Antonio Lovato è il nome del responsabile di quella vicenda circoscritta, i caporali indiano e turco intermediari della divisione italiana della statunitense Caddel Construction (Aji Appukuttan e Ulkas Demir), sotto inchiesta per lo sfruttamento della manodopera indiana nel cantiere del nuovo Consolato statunitense a Milano, gli aguzzini colpevoli di un sistema perpetrato alla luce del sole della Milano “alta”.

Questi nomi resi pubblici, una volta consegnati alla giustizia, saranno il mezzo per porre fine alle “guerre” a loro attribuite? La risposta è, ovviamente, no.

Dietro di loro impera un sistema che, senza dubbio, raggiunge i più alti picchi di disumanizzazione e ricattabilità quando rivolto a chi arriva nel nostro Paese già martoriato da guerre, disastri ambientali e persecuzione ma che agisce, ad alta e bassa intensità, anche su pelle e dignità di tutti coloro che portano avanti ogni giorno quell’enorme fetta di lavoro che subisce lo stagnamento ultraventennale di redditi insufficienti a vivere dignitosamente.

Le scelte che hanno portato all’esaurimento delle forze tese alla lotta per il cambiamento, il potere che ha indebolito gli organismi di controllo, i lasciapassare alla libertà indiscriminata del produrre a discapito della tutela di chi produce sono gli elementi cardine dell’immobilismo nel porre fine alle “guerre” che legittimano la costruzione del mondo che abitiamo.

È settembre: gestire collettivamente il dissenso, condividerlo, è la speranza da alimentare gli uni verso gli altri per combattere l’assuefazione all’inerzia.

[1] Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, Milano, Mondadori, 2003.

 


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