Nel 2026, a ottocento anni dal transito di san Francesco d’Assisi, tornare sui suoi passi significa chiedersi quanto il suo messaggio sia ancora capace di parlare delle “fratture” del nostro tempo. È lo spirito che accompagna “Il Sentiero di Francesco”, il pellegrinaggio che dal primo al 3 settembre conduce da Assisi a Gubbio passando per Valfabbrica e San Pietro in Vigneto. La conclusione sarà affidata all’incontro “Le parole che disarmano. Contro i muri, per costruire riconciliazione”, promosso dalla Diocesi di Gubbio insieme ad Articolo 21 e al Comitato “Francesco a Gubbio”. Al termine, il vescovo Luciano Paolucci Bedini assegnerà a Nello Scavo il Premio “Lupo di Gubbio” per la riconciliazione.
Monsignor Paolucci Bedini, perché il Premio “Lupo di Gubbio” 2026 a Nello Scavo?
«Perché il suo modo di fare giornalismo ci ricorda che anche nei luoghi nei quali prevalgono violenza, guerra e sopraffazione è possibile scegliere da quale parte guardare la realtà. Nello Scavo ha raccontato conflitti, migrazioni, persecuzioni e violazioni dei diritti umani cercando anzitutto le persone, soprattutto quelle che rischiano di non avere voce. Il Premio vuole riconoscere proprio questa capacità di stare dentro le ferite del nostro tempo senza trasformarle in spettacolo e senza rinunciare alla ricerca della verità. È anche questo un modo concreto di lavorare per la riconciliazione».
La serata richiama il Manifesto di Assisi contro i muri mediatici e la Carta di Assisi, “Le parole non sono pietre”. Quanto conta oggi la responsabilità della parola?
«Conta moltissimo, forse più di quanto immaginiamo. Le parole non sono mai neutre: possono esasperare una paura, costruire un nemico, alimentare una contrapposizione, ma possono anche aprire uno spazio di ascolto. Il Manifesto e la Carta di Assisi hanno avuto il merito di richiamare il giornalismo e la comunicazione a questa responsabilità. Non significa nascondere i conflitti o addolcire la realtà. Significa raccontarla senza togliere dignità alle persone. Abbiamo bisogno di parole che dicano la verità senza diventare pietre lanciate contro qualcuno».
Che cosa rappresenta il Premio “Lupo di Gubbio”?
«Nasce da una delle pagine più conosciute della tradizione francescana. Francesco incontra un lupo che la città considera soltanto una minaccia. Non lo elimina e non nega il problema: gli va incontro. E da quell’incontro nasce un patto che coinvolge anche la comunità. Il Premio vuole riconoscere persone ed esperienze che oggi provano a fare qualcosa di simile: costruire dialogo dove esiste contrapposizione, accoglienza dove prevale la paura, percorsi di pace dove sembrano esserci soltanto nemici. Il riconoscimento, nato da un’intuizione del vescovo emerito Mario Ceccobelli e lanciato dalla rassegna “Life in Gubbio”, accompagna da anni la conclusione del pellegrinaggio ed è stato attribuito a realtà e testimoni impegnati concretamente nella pace e nella ricomposizione dei conflitti».
E il Sentiero di Francesco, che cosa vuole essere oggi?
«È innanzitutto un pellegrinaggio. Si cammina da Assisi verso Gubbio ripercorrendo idealmente il viaggio del giovane Francesco dopo la spogliazione. È un cammino fisico, ma insieme interiore: la strada, la fatica, il silenzio, gli incontri aiutano a interrogarsi sulla propria vita e sul rapporto con gli altri, con Dio e con il creato. Nell’anno dell’ottavo centenario questo assume un significato ancora più forte. Non vogliamo semplicemente ricordare Francesco: vogliamo domandarci che cosa i suoi passi possono insegnare ai nostri passi».
L’incontro tra Francesco e il lupo può parlare davvero al presente? Oggi, in fondo, sembra che i “lupi” si siano moltiplicati…
«Proprio per questo quella storia continua a provocarci. I lupi oggi possono avere molti nomi: guerra, odio, paura dell’altro, disinformazione, violenza verbale, solitudine, interessi economici che dividono. E spesso rischiamo di diventare lupi gli uni per gli altri. Francesco ci suggerisce una strada molto più difficile dell’eliminazione dell’avversario: l’incontro. Non è ingenuità e non significa negare il male. Significa credere che nessuna persona debba essere ridotta per sempre alla categoria del nemico. Nell’anno francescano, forse, questa è una delle consegne più urgenti: disarmare le mani, ma prima ancora disarmare gli sguardi e le parole».
L’incontro “Le parole che disarmano” si terrà giovedì 3 settembre alle 18.45 nel Chiostro della Pace del Convento di San Francesco a Gubbio, a conclusione dei tre giorni del Sentiero. Alla serata parteciperanno Iside Castagnola, Enzo Fortunato, Giuseppe Giulietti, Flavio Lotti e Nello Scavo. Introdurrà il sindaco Vittorio Fiorucci; le conclusioni e la consegna del Premio saranno affidate al vescovo Paolucci Bedini.
NELLA FOTO: Il vescovo di Gubbio e Città di Castello, Luciano Paolucci Bedini, durante un recente cammino francescano
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