L’apparentemente strano nazionalismo di Trump rappresenta bene, più di quanto dicano le esteriorità, una tipologia di risposta che alcuni grandi gruppi (finanziari) a livello planetario mettono in atto a fronte della transizione epocale in corso. Si tratta forse del più grande e repentino “rimescolamento delle carte” mai realizzato nella storia: nazioni che ergono confini effimeri, ma utili per controllare flussi migratori, imporre dazi, frammentare le residue istanze di unioni fra popoli, fomentare idee sovraniste e neonazionaliste. Confini comunque talmente labili da non offrire alcun argine verso le tecnologie big tec e disposti in modo da consentire senza ostacoli la penetrazione dei grandi movimenti finanziari e dei poteri ad essi connessi, che ormai hanno ben poco di democratico a tutte le latitudini. Un divide et impera declinato in nome di una “intesa”, occulta ma non troppo, che, paradossalmente, usa la forma stato ormai solo come involucro di convenienza e vede come il fumo negli occhi ogni tentativo di unione sovranazionale, specie se di carattere popolare e non populistico.
Questa fase è attuativa di un disegno autoesplicante nell’ambito di una prassi giornaliera di basso cabotaggio, ma con effetti profondi, fondati sull’utilizzo sistematico di immense risorse energetiche, intelligenza artificiale, tecnologie avanzatissime e, naturalmente, quando serve, di guerre guerreggiate con procedure insolite, armi sofisticate sapientemente mescolate a modalità tribali, svolte fra protagonisti inevitabilmente a “geometria variabile”.
L’uso spregiudicato dei “corpi”, senza alcun rispetto per la vita umana, animale e vegetale, influenza, con una nuova “pedagogia universale”, ogni fase della nostra quotidianità sociale: film, sport, libri, scuola, assistenza sanitaria, lavoro, tempo libero… fino, a consentire il controllo delle dinamiche politiche e demografiche. Ma si tratta solo dell’ingranaggio di una “reazione” che tende a ridurre ogni esistenza entro limiti “algoritmici” che dovrebbero preoccupare chiunque voglia attribuire ancora un qualche valore al concetto di libertà.
La fase del trapasso verso l’incognita di una inedita dimensione economico sociale in Occidente è stata innescata da un livello di indebitamento (americano e non solo) insostenibile con i consueti metodi suggeriti dalle scienze economiche e ora produce un cortocircuito pieno di contraddizioni: controsensi, devastanti impatti ambientali e, come si diceva, guerre in formati diversi.
Una “piccola”, ma emblematica, testimonianza tangibile di questa irresistibile “forza” coercitiva internazionale è costituita non solo dal caso dell’emergenza di Ceuta, ma dalla contestuale, strabiliante, rapidità con cui, all’interno dell’Europa si sono levate le voci che chiedevano l’immediata sospensione di Schengen, ovvero di ciò che maggiormente connota e giustifica la costruzione europea. Si è attaccata la Spagna, con un ennesimo rito sacrificale di vite umane, per attaccare una certa idea di Europa: ma è solo un tassello, in uno scenario globale denso di incognite e di pericoli.
