Non è una “ragazzata” e non è un semplice atto vandalico. Quanto accaduto all’Università di Parma ha il sapore amaro e inconfondibile dell’intimidazione squadrista.
Sulla porta dello studio del professor Fabio Landini, docente di Economia applicata al Dipartimento SEA, qualcuno ha pensato bene di strappare gli adesivi dedicati al lavoro dignitoso e all’antifascismo. Al loro posto, è stata incisa una svastica. Un gesto d’odio chiaro, meditato, compiuto nel luogo che per definizione dovrebbe essere il tempio del libero pensiero e della formazione.
Rimuovere i simboli del lavoro e dei diritti per sostituirli con il simbolo del nazismo non è un dettaglio trascurabile. È la riesumazione di un metodo vecchio quanto i regimi totalitari del Novecento: la marchiatura dell’oppositore, la segnalazione del “nemico” da colpire o far tacere. Si colpisce la porta per dire al docente — e a chiunque la pensi come lui — che c’è qualcuno che controlla, che segnala, che intende intossicare il clima accademico. È il segnale di una recrudescenza che non può più essere derubricata a folklore o a casi isolati. Quando la simbologia nazi-fascista penetra nelle aule universitarie per cancellare le parole “lavoro” e “antifascismo”, siamo di fronte a un attacco diretto ai principi fondanti della nostra Costituzione.
L’Università di Parma ha già annunciato che formalizzerà la denuncia alle autorità competenti. Un atto dovuto e fondamentale, ma che da solo non basta. Di fronte a gesti simili la risposta deve essere corale. Non basta ripulire una porta: serve riaffermare con forza che le università italiane sono e resteranno presidi antifascisti. Al professor Fabio Landini va la piena solidarietà di Articolo 21. Faremo da scorta mediatica a questa vicenda, perché lasciare soli i docenti e i lavoratori colpiti da queste intimidazioni significa spianare la strada a chi vorrebbe farci tornare nelle pagine buie della storia.
