«In questi giorni in cui Papa Leone è a Napoli, voglio dedicare a questo grande uomo di Chiesa, che ha saputo difendere la Pace contro ogni attacco, i versi di Esperanto». Sono le parole di Tony Esposito in occasione della visita nella città di Napoli di Papa Leone XIV. Un omaggio poetico che si fa musica insieme con Moni Ovadia e Baba Sissoko, in un brano, «Esperanto (Help Me)», scritto dal percussionista napoletano e con l’importante contributo dello scrittore, attivista e cantautore italiano di origine bulgara e il musicista maliano, coarrangiato e composto nel testo insieme con il produttore, musicista Sasà Flauto, in anteprima come manifesto artistico dell’undicesima edizione di “Imbavagliati”. Il festival internazionale di giornalismo civile, ideato e diretto da Désiré Klain, si svolgerà dall’11 al 13 maggio, con il tema “Il silenzio delle innocenti: chi dimentica diventa il colpevole”, in collaborazione con l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici – che ospiterà la manifestazione nella sua storica sede di Palazzo Serra di Cassano (via Monte di Dio 14) – con l’Ordine Nazionale dei Giornalisti Italiani , con la Federazione Nazionale della Stampa, con il Sindacato Unitario Giornalisti della Campania e Articolo21.
Dai muri costruiti in un minuto alle finestre come avamposto di speranza per madri afflitte. «Esperanto» è anima e sangue, voglia di cambiare qui e adesso. E’ il canto che Tony Esposito, Moni Ovadia e Baba Sissoko donano al mondo in esperanto, la lingua creata nel 1887 dal medico polacco L. L. Zamenhof per facilitare la comunicazione tra popoli di nazionalità diverse. Una parola che significa «colui che spera», a fungere da titolo di una canzone dedicata ai bambini vittime delle guerre. Agli innocenti massacrati negli angoli più diversi del pianeta. Un inno d’amore universale, dunque. Entro il quale calarsi, spogliandosi del proprio ego e abbracciando il prossimo sempre e comunque. E al di là di ogni bandiera o confine. Il tribalismo vibrante di Esposito si fonde con quello afro di Sissoko, mentre la poesia di Ovadia risveglia i cuori verso la sua militanza per le minoranze oppresse. «Allora lascia svanire le parole dure – recitano le parole del testo di Esposito – lascia che la paura perda le mie tracce. Se possiamo incontrarci a metà strada, forse è lì che nascerà la pace».
«Desidero ringraziare di cuore – ha detto ancora il musicista partenopeo – alcune persone che hanno ispirato e arricchito questo lavoro, come la giornalista Antonella Napoli di Darfur Italia e direttrice di Focus on Africa, che con i suoi video personali girati in Sudan mi ha coinvolto e mi tiene costantemente aggiornato sulle tragedie di questa martoriata terra; Moni Ovadia, artista eclettico che da sempre mette la sua arte a disposizione dell’amore e della verità, per i suoi preziosi contributi video sul Medio Oriente. Ringrazio infine Baba Sissoko, un superbo artista che rappresenta magnificamente la grande arte della sua Africa, per aver regalato a questo lavoro un colore originale e prezioso».
Esposito presenterà il brano e video della canzone, lunedì 11 maggio, nella prima giornata del festival contro le censure, che si aprirà con la decima edizione del Premio Pimentel Fonseca, consegnato alle giornaliste Leila Sarwari (Afghanistan) e honoris causa a Barbara Schiavulli (Italia), entrambe impegnate nella difesa dei diritti delle donne e dell’informazione indipendente. Due figure che rappresentano, in modi diversi, il valore della parola come atto di resistenza.
La giornalista italiana vincitrice di numerosi premi, tra cui il Premio Lucchetta (2007), il Premio Antonio Russo (2008), il Premio Maria Grazia Cutuli (2010) e il Premio Enzo Baldoni (2014), è cofondatrice e direttrice di Radio Bullets.
Proprio per la sua testata lavora la cronista afghana Leila Sarwari, il cui vero nome è tenuto nascosto per motivi di sicurezza, ma Radio Bullets la conosce molto bene. Leila ha studiato all’università di Kabul, ha fatto un master, e il suo sogno era diventare una diplomatica. La sua vita e i suoi sogni, come per tutte le donne afghane che hanno studiato o lavorano o sono socialmente impegnate, si sono infranti il 15 agosto del 2021 quando i talebani hanno preso il potere consegnato loro dagli americani e dalla Nato che, così facendo, hanno tradito le speranze di milioni di donne che ora vivono in un regime di apartheid di genere.
Sentire la loro voce è un modo per non dimenticarle e per noi un monito per quello che il potere fa quando le società civili non intervengono.
Ad aprire la cerimonia i saluti del presidente dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Massimiliano Marotta. A seguire, l’esibizione della compagnia I SUD, che da anni fa del teatro un luogo di incontro tra Napoli, una delle porte dei Sud del mondo, e le comunità africane presenti sul territorio con l’obiettivo di contribuire a cambiare la narrazione di un fenomeno epocale come quello delle migrazioni.
L’XI edizione di “Imbavagliati” rende omaggio a Gianni Sallustro, con la sua Accademia Vesuviana del Teatro e Cinema; l’attore e regista napoletano aveva “donato” al festival e al Premio Pimentel Fonseca, in tante edizioni, uno straordinario spettacolo in costume con abiti storici di Costantino Lombardo, che raccontava la storia e gli ultimi giorni di vita di Donna Eleonora. Una performance di grande impatto emotivo, con costruzioni d’insieme uniche, canti, balli e cori suggestivi, che avevano emozionato il pubblico e i tanti testimoni, come Carlos Bardem nella Chiesa del Carmine di Napoli, ma anche l’avvocata Stella Morris, moglie di Juliane Assange, l’attrice Marisa Laurito. In particolare una loro dedica epica commosse Anna Motta e Pino Paciolla quando, nel 2022, la Compagnia concluse la scena finale, chiedendo in abiti rivoluzionari e partigiani, verità e giustizia per Mario Paciolla. Durante la cerimonia sarà proiettato il video di quel momento.
Sallustro non era solo un attore, un regista, un Maestro instancabile per i suoi tanti alunni, ma un visionario che aveva sognato un teatro bello, forte e determinato come la sua arte, rilevando il Teatro Instabile nel cuore del centro storico fondato nel 1967 da Michele Del Grosso. Un talento, anche organizzativo, sempre sensibile ai temi della cultura della legalità e alla formazione dei giovani. Con Roberta D’Agostino da anni portava avanti anche il Premio Talentum, e sarà proprio la giornalista napoletana a ricordarlo con un intervento congiunto con Marcello Radano, presidente della Talentum Production. A seguire la testimonianza di Anna Motta e Pino Paciolla, genitori di Mario Paciolla, cooperante dell’Onu in Colombia, trovato senza vita per cause ancora da accertare, nel suo appartamento di S. Vicente del Caguán, il 15 luglio del 2020. La sua famiglia, i parenti, gli amici e tutti coloro che l’hanno conosciuto e sono stati coinvolti dalla sua umanità, chiedono “Verità e Giustizia”, soprattutto dopo la recente richiesta di archiviazione della Procura di Roma continua la campagna, #Noinonarchiviamo. Negli anni per Mario sono state realizzate tante importanti iniziative: murales, strade, panchine, manifestazioni, perché “chi dimentica diventa colpevole”. Mario, che era anche giornalista iscritto all’Ordine della Campania, aveva scoperto verità scomode durante il suo mandato in Colombia come osservatore dell’Onu per il rispetto degli accordi di pace tra il governo locale e le Farc (le Forze armate rivoluzionarie colombiane). Poi l’intervento della giornalista congolese Miphy Buata Eleke e della giornalista messicana Kena A. Megan, che parleranno della condizione delle donne nei loro paesi. Ancora l’intervento di Nino Daniele, presidente del comitato scientifico del premio, Giuseppe Giulietti, coordinatore nazionale di Articolo21, Claudio Silvestri, segretario Aggiunto della FNSI e Vittorio Di Trapani, presidente della FNSI.
