Giornalismo sotto attacco in Italia

L’Ombra del Viminale su Palazzo Chigi: perché la Meloni non può più permettersi il “Fattore Piantedosi”

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Roma, 28 marzo 2026. Sono le 7:30 del mattino quando due agenti di Polizia bussano alla porta di una camera d’albergo. All’interno non si nasconde un latitante internazionale, ma Ilaria Salis, eurodeputata nel pieno esercizio delle sue funzioni e protetta dall’immunità parlamentare. La motivazione ufficiale addotta dalla Questura parla di un “alert” informatico, un automatismo scattato in seguito a una vecchia segnalazione proveniente dalla Germania.

Ma è nella dinamica del controllo che la logica dello Stato si incrina fino a farsi grottesca. Agli agenti che chiedono: “Ha oggetti pericolosi con sé?“, la risposta non può che essere un silenzio attonito. È il paradosso dell’oste a cui si chiede se il vino è buono: quale profilo pericoloso risponderebbe affermativamente a una simile domanda? Uno si domanda, ma che preparazione hanno agenti che fanno domande tanto assurde  (o ambigue) con risposte tanto ovvie e chi sono i dirigenti che li hanno mandati per farle: se l’obiettivo era la sicurezza, la procedura è stata inutile; se l’obiettivo era una perquisizione, era illegale senza un mandato e l’autorizzazione del Parlamento Europeo. Resta una sola opzione: la pressione psicologica, voluta o sfuggita. Nel primo caso un atto di disturbo che trasforma le forze dell’ordine nelle “belle statuine” di una recita maldestra, messe lì a marcare il territorio in un contesto che somiglia sempre più al “Paese dei Balocchi” istituzionale, dove la mano destra non sa cosa faccia la sinistra. Nel secondo un atto di incompetenza sconfortante prodotto non solo dagli operatori sul territorio ma dalla catena di comando (“o’ pesce fete da la capa” si dice a Napoli).

Il catalogo degli imbarazzi: da Cutro all’ira di Mattarella

Il caso Salis non è che l’ultima perla di una collana di fallimenti che ha costretto Giorgia Meloni a fare costantemente da “pompiere”. Fin dall’esordio del governo, il Ministro Piantedosi si è rivelato un generatore di crisi politiche. Ricordiamo la tragedia di Cutro, dove le sue parole sulla “disperazione che non giustifica i viaggi a rischio” scatenarono una bufera di indignazione che la Premier dovette faticosamente placare portando l’intero Consiglio dei Ministri in Calabria per “umanizzare” la linea dell’esecutivo.

Ma l’imbarazzo più profondo è quello creato con il Quirinale. Dopo le cariche della polizia contro gli studenti minorenni a Pisa e Firenze nel febbraio 2024, il Presidente Sergio Mattarella fu costretto a un intervento senza precedenti: “I manganelli con i ragazzi sono un fallimento“. Quel richiamo pesò come un macigno su Palazzo Chigi, svelando una gestione dell’ordine pubblico priva di intelligenza politica. Piantedosi appare oggi come il tecnico che, invece di risolvere problemi, ne crea di nuovi, obbligando la Premier a mediazioni logoranti con i vertici dello Stato per coprire lacune di sensibilità democratica e coordinamento operativo.

Come muoversi?

Dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia e le dimissioni di Daniela Santanchè — colpita da una logica di opportunità politica necessaria a “cambiare passo” piuttosto che da una responsabilità diretta (o anche indiretta, che in entrambi i casi non c’era) nel fallimento del referendum — la posizione di Piantedosi diventa insostenibile. Tuttavia, per la Meloni, “silurare” il titolare dell’Interno è una mossa ad alto rischio: il posto si dice sia di area leghista e Matteo Salvini potrebbe essere pronto a reclamarlo per sé una volta creata l’opportunità. Rimettere il leader della Lega al Viminale significherebbe per la Premier perdere il controllo della narrazione su sicurezza e piazze, proprio mentre cerca di accreditarsi come leader affidabile e moderata in Europa (e, nel migliore dei casi, un catalogo di imbarazzi ulteriore) .

La sfida è dunque trovare un successore che sia indiscutibile sul piano tecnico, estraneo ai “cortocircuiti romani” che hanno prodotto il caso Salis, e capace di sbarrare la strada alle ambizioni di via Bellerio. La soluzione non può venire dalla Capitale, dove i vertici sembrano ignorare l’identità dei parlamentari o inviare agenti a fare domande ovvie e senza un mandato, ma da chi ha dimostrato competenza gestendo eventi di portata mondiale con discrezione ed efficacia.

La “Terza Via”: il Modello Milano e il Dialogo Preventivo

La via d’uscita dall’impasse porta ai nomi che hanno blindato il successo delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Figure come il Prefetto Maurizio Masciopinto, erede della scuola di Antonio Manganelli, rappresentano la quadratura del cerchio. Il suo approccio basato sul “dialogo preventivo” e sull’intelligence silenziosa è l’esatto opposto del controllo burocratico e ottuso subito dalla Salis.

Scegliere un profilo di questo tipo permetterebbe a Giorgia Meloni di ottenere tre risultati strategici: placare le opposizioni: un Ministro che privilegia la prevenzione e il dialogo toglierebbe alla sinistra ogni pretesto per gridare allo “stato di polizia” o al regime; soddisfare il Quirinale, o quanto meno averne il benestare: un uomo delle istituzioni capace di gestire le piazze, con fermezza garbata (che tanto è mancata con Piantedosi) ristabilirebbe immediatamente il feeling con il Colle; neutralizzare Salvini: promuovere un “tecnico dei grandi eventi” (il Modello Milano) renderebbe politicamente impossibile per la Lega rivendicare il posto per motivi di “competenza territoriale” o politica.

Se la Meloni vuole davvero un “nuovo inizio” dopo il referendum, deve avere il coraggio di ammettere che il “sistema Piantedosi” è un ingranaggio rotto. Sostituire il tecnico che mette in imbarazzo il Governo con il tecnico che previene i conflitti è l’unica mossa logica per trasformare finalmente il Paese delle belle statuine in uno Stato serio, moderno ed efficiente.


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