Giornalismo sotto attacco in Italia

Sul nostro silenzio

0 0

Ci sono momenti storici in cui l’individuo avverte la possibilità di poter incidere sugli eventi; qualcosa, nel suo inconscio, gli dice che perfino un’opinione isolata può produrre effetti. In altri periodi, invece, ognuno si sente totalmente impotente e si rifugia nell’apatia.

I tempi delle rivoluzioni e quelli dei grandi silenzi si distinguono anche in tal modo. Ed è indubbio che l’epoca attuale possa considerarsi di transizione non solo economica ed egemonica, ma pure dalla fase in cui la ragione individuale aveva un peso ad una in cui chiunque può  essere ricondotto, eterodiretto, verso un sistema “di manipolazione”; complice una inedita miscela  di modalità coercitive “tradizionali”: la paura, l’isolamento delle persone, l’uso sistematico di falsità, violenze, conflitti; e di altre modalità, più moderne, che implicano il ricorso a formidabili tecnologie capaci di elevare a potenza queste antiche “facoltà”.

Ne deriva un’epoca di paradossale e inquietante silenzio “di massa”: non solo di fronte ai frastuoni artatamente costruiti per impedire alle voci di alzarsi distintamente, ma anche verso tutto ciò che di orrendo sta accadendo.

In un apprezzabile articolo Carlo Verdelli, sul «Corriere della Sera» del 10 marzo, descrive questo silenzio come «la cosa più spaventosa». E aggiunge: «non c’è un leader, non una voce con la potenza necessaria per denunciare e maledire il disegno platealmente in atto, e risvegliare chi si è addormentato perché pensa che tanto protestare è inutile».

Proprio così, siamo a questo: alla rassegnazione o al ricorso a un urlio vano, talvolta quasi controproducente, o ridotto a violenza espressa con una aggressività senza precedenti verso il prossimo, da bravi “capponi manzoniani”; oppure con forme di autolesionismo altrettanto drammatiche.

Il virus del dominio di poche élites può così diffondersi a livello planetario senza che ci siano più anticorpi sociali capaci di fermarlo e con molte persone anzi attratte dalla prospettiva di una “liberazione uniformante” e rassegnate a una mera sopravvivenza fisica senza più prospettive. E così le tragedie del mondo scorrono davanti a noi come in una pellicola sfuocata: qualche distratta attenzione all’Ucraina o alla guerra in Iran e a Gaza per via di alcuni effetti collaterali che ci riguardano in termini di inflazione, problemi energetici, approvvigionamenti, “crescita”; ma il nulla per Libano, Yemen, Sudan, Sahel, Congo, Somalia, Etiopia, Myanmar, Afghanistan, Pakistan, Sud America coi loro milioni di morti, di sfollati e reietti. Se non una vaga inquietudine per il “problema” della regolamentazione dei conseguenti flussi migratori.

Chiedersi dove ci condurrà questa cinica auto-deresponsabilizzazione individuale e sociale può apparire velleitario, ingenuo e comunque inutile. Ma è una domanda che va posta perché così agendo ci siamo immersi nel tempo della nuova guerra mondiale; che tale resta, anche se possiamo catalogarla di specie inedita: «interstatuale», «asimmetrica», «diffusa», «globale» o «a pezzetti»… ma comunque propinata e sempre più accettata come stato endemico, “naturale” almeno per questa fase.


Iscriviti alla Newsletter di Articolo21

Articolo21
Panoramica privacy

Questo sito Web utilizza i cookie in modo che possiamo fornirti la migliore esperienza utente possibile. Le informazioni sui cookie sono memorizzate nel tuo browser ed eseguono funzioni come riconoscerti quando ritorni sul nostro sito Web e aiutare il nostro team a capire quali sezioni del sito Web trovi più interessanti e utili.

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.