L’opera di Valerio Ciriaci, affermato documentarista romano di stanza a San Francisco, restituisce voce e corpo ad una figura rimasta troppo a lungo ai margini della storia ufficiale della settima arte: Elvira Coda Notari, pioniera del cinema muto italiano, prima donna regista e cineasta a tutto tondo (fu fondata da lei la prolifica casa di produzione Dora film, compresa la sua filiale negli Usa, Dora film of America), artista che ha saputo abitare il proprio tempo con uno sguardo in anticipo sul futuro. Il tutto testimoniato da soli 163 minuti di sue pellicole sopravvissute al tempo e all’incuria: tre lungometraggi quasi completi, due brevi documentari e frammenti vari.
Il film di Ciriaci non si limita a raccontarne la biografia, ma prova a ricostruire la forza di un’esperienza artistica che ha inciso nel tessuto vivo della realtà popolare, anticipando di decenni alcuni tratti di messinscena che sarebbero poi stati riconosciuti al neorealismo italiano del secondo dopoguerra, quello di geni quali Rossellini, De Sica, e Visconti. La Notari girava dal vivo, nelle strade, nei vicoli, nei bassifondi di Napoli. La sua macchina da presa non cercava la compostezza, talvolta artatamente scandalosa, del salotto borghese, dentro quell’eleganza artificiale del cinema muto ufficiale. La cineasta campana cercava piuttosto la polvere, il sudore, le voci, il dialetto, sposava il carattere popolare dei suoi protagonisti, immergendosi nelle difficoltà quotidiane del popolo minuto. In questo senso, il documentario evidenzia con chiarezza quanto il cinema della Notari fosse radicato nella realtà sociale, capace di mostrare la violenza come figlia diretta delle condizioni di miseria e oppressione. Non una violenza spettacolarizzata, ma una tensione che nasce dalla fame, dalla gelosia, dalla dignità offesa e ferita. Al centro di questo universo stanno soprattutto le donne.
Le protagoniste della regista salernitana, e napoletana d’adozione, non sono figure passive né semplici oggetti del desiderio maschile, ma presenze perturbanti, forze che incrinano la tranquillità dell’ordine patriarcale. Hanno una carica erotica potente, un erotismo che destabilizza, che spaventa. Sono donne forti, ribelli, capaci di scegliere, di sbagliare, di desiderare. In questo si può leggere un nucleo protofemminista che il documentario mette in luce con delicatezza ma anche con decisione. La Notari costruisce un immaginario in cui la donna è soggetto attivo del dramma, non semplice pretesto sentimentale. Ed è proprio questa libertà a renderla scomoda. Il regime fascista osteggiò il suo cinema fino alla censura. Non solo per la sensualità esplicita delle sue protagoniste, ma perché quelle storie mettevano in scena ciò che il potere voleva nascondere: la periferia emarginata, il dialetto (le didascalie erano proprio scritte in napoletano stretto), le contraddizioni sociali, la miseria, la rabbia. Un cinema popolare ancora più radicale di drammi coevi, pure intensi, come Assunta Spina, 1915, interpretato dalla diva Francesca Bertini e diretto da Gustavo Serena, che restavano tuttavia ancorati a dinamiche prevalentemente sentimentali. Le donne della Notari, invece, non sono solo vittime della passione, sono agenti di conflitto, di rottura, di trasformazione. Il documentario suggerisce anche come il suo progressivo isolamento sia stato il risultato di più fattori: l’avvento del sonoro, che travolse il mondo del cinema muto, le pressioni politiche, e alcune zone d’ombra della sua vita privata, mai del tutto chiarite, come la vicenda della terza figlia, rinchiusa in un istituto per minori per ragioni ancora oscure. Nel 1930 la Notari si ritira a vita privata a Cava dei Tirreni, dove morirà nel 1946, proprio mentre il cinema neorealista si affermava in tutto il mondo, portando sullo schermo quegli elementi di realtà, di strada e di popolo che lei aveva già intuito e praticato anni prima. Ed il 1946 sarà anche l’anno dell’accesso al diritto di voto per le donne italiane, una coincidenza carica di significato e foriera di riflessioni.
Il sottotitolo del film, “Oltre il silenzio”, è allora doppiamente significativo: rompe il silenzio storico che ha avvolto questa autrice e restituisce senso a un’opera che non era solo cinema, ma, soprattutto, gesto politico e umano. Guardando questo film, davvero efficace nella sua narrazione articolata e ricco di contenuti e di contributi visivi (compresi alcuni brevissimi ma efficaci spezzoni di inquadrature “fiction” con protagonista una intensa Teresa Saponangelo nei panni della regista), non a caso già candidato ai prossimi David di Donatello e Nastri d’argento, si ha la sensazione che la Notari non sia soltanto un’artista dimenticata da rivalutare, ma anche, e soprattutto, una donna che ancora oggi è una presenza viva, capace di interrogare il nostro modo di guardare la Storia del nostro Paese. In particolare, quella delle donne, le cui rivendicazioni sarebbero emerse pienamente solo nei decenni successivi alla sua scomparsa, all’interno di conflittualità spesso drammatiche, che trovano ancora oggi un tragico riflesso nei persistenti episodi di violenza di genere che segnano dolorosamente la cronaca quotidiana.
